6 novembre – 32^ domenica del T.O.

La vita: oggi, non domani

Gli si avvicinarono poi alcuni sadducei, i quali negano che vi sia la risurrezione, e gli posero questa domanda: «Maestro, Mosè ci ha prescritto: Se a qualcuno muore un fratello che ha moglie, ma senza figli, suo fratello si prenda la vedova e dia una discendenza al proprio fratello. C’erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. Allora la prese il secondo e poi il terzo e così tutti e sette; e morirono tutti senza lasciare figli. Da ultimo anche la donna morì. Questa donna dunque, nella risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie». Gesù rispose: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni dell’altro mondo e della risurrezione dai morti, non prendono moglie né marito; e nemmeno possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, essendo figli della risurrezione, sono figli di Dio. Che poi i morti risorgono, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando chiama il Signore: Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe. Dio non è Dio dei morti, ma dei vivi; perché tutti vivono per lui» (Luca 20, 27-38).

Quante volte, in televisione soprattutto, abbiamo sentito domande “furbe” e spregiudicati di intervistatori intenzionati non a cercare tra le parole la verità, ma la “sensazione”, lo scontro, il pretesto per un battibecco?

E quante volte, a queste domande spregiudicate, abbiamo sentito dare risposte coraggiose e ironiche (come quelle di Gesù in questo brano di Luca) che abbattono il pregiudizio e spostano il traguardo più in là?

Che ampliano gli orizzonti e non si fermano – mortifere – sul passato, su una statica soluzione già scritta dal potere, dalla tradizione, dalla politica, dalla religione? Poche volte; anzi, pochissime.

Del carisma di Gesù, della capacità di puntare al di là dei luoghi comuni e delle domande più banali è trapunta la narrazione evangelica.

Il profeta di Nazareth risponde sempre, a volte con il silenzio, a volte con un segno tracciato sulla sabbia, ma risponde sempre, non si tira indietro; anche quando si cerca di condurlo in un tranello – come nel caso dei sadducei che gli domandano della risurrezione, alla quale essi non credono. (Quella dei saddducei è una delle tante sette nelle quali si suddivideva il popolo giudaico, ad essa appartenevano soprattutto sacerdoti e aristocratici).

Il problema sollevato dalla domanda “di chi sarà moglie, il giorno della risurrezione, la sposa la sposa dei sette fratelli?”, non è “affettivo”, ma legale; e la donna in questo caso è vista in quanto procreatrice, non certo in quanto compagna o amante.

Gesù nella sua risposta punta una luce contro la buia confusione del ragionamento dei suoi interlocutori. Prendere moglie o marito è cosa di questo mondo, della mentalità di una società, di una cultura.

La forma di famiglia che gli uomini si danno è un problema sociale, culturale, religioso, politico, non “naturale”; non certo di fede: “chi è degno dell’altro mondo non prende né moglie né marito”. Sposarsi abbisogna per stare al mondo, non per essere se stessi, per riconoscersi figli di Dio.

Gesù risponde ai sadducei (che riconoscevano soltanto l’autorità del Pentateuco) citando il libro dell’Esodo. E pertanto li pone di fronte a una contraddizione, perché “che i morti risorgono, lo ha indicato anche Mosè”, l’autorità che anch’essi dovrebbero riconoscere.

Ma riconoscere in Dio, il Dio di Abramo di Isacco di Giacobbe (“di”, non perché appartiene a loro, ma perché egli è colui che li protegge) significa riconoscere la presenza di Dio nella Storia, nella discendenza dei figli di Israele. Significa che la sua protezione non finisce con una vita, con una morte.

Il Creatore è prima di tutto il Dio dei vivi, non dei morti; è colui che non risuscita i morti, ma che permette ai vivi di vivere per sempre. La resurrezione non è per il futuro ma per il presente, nel senso di una vita vissuta in pienezza, che è per sempre.

E se c’è un modo concreto e coraggioso per mostrare la “risurrezione” a chi crede che oggi non sia possibile (perché lo sarà poi, nel futuro, dopo la morte) è di rispondere come ha fatto Gesù: mostrare a chi – con banale stupidità o con l’arguzia del sofista – pone domande che chiedono in risposta parole d’odio e di sopraffazione, che c’è un’altra strada da percorrere, un altro orizzonte verso cui guardare, un’altra lente attraverso cui vedere; che è la vita oggi, per sempre.

Gabriele

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