23 ottobre – 30^ domenica del T.O.

Una parabola-lezione

Disse ancora questa parabola per certuni che erano persuasi di essere giusti e disprezzavano gli altri: “Due uomini salirono al tempio per pregare; uno era fariseo, e l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così dentro di sé: “O Dio, ti ringrazio che io non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri; neppure come questo pubblicano. Io digiuno due volte la settimana; pago la decima su tutto quello che possiedo”.Ma il pubblicano se ne stava a distanza e non osava neppure alzare gli occhi al cielo; ma si batteva il petto, dicendo: “O Dio, abbi pietà di me, peccatore!” Io vi dico che questo tornò a casa sua giustificato, piuttosto che quello; perché chiunque s’innalza sarà abbassato; ma chi si abbassa sarà innalzato”. (Luca 18, 9-14)

Ecco un’altra parabola-lezione sulla preghiera. Come spesso accade in Luca si ha anche qui una particolare circostanza, la segnalazione di un eccessivo sfoggio di religiosità che alcuni ostentano nel Tempio o sulle piazze facendo mostra di atteggiamenti o di pratiche devozionali.

Sta infatti parlando dei farisei ma non è persa di vista la comunità dove non mancano quelle  persone che sono convinte di essere giuste e considerano le altre non degne di rispetto e considerazione a causa dei loro comportamenti. I protagonisti rappresentano i due estremi della società religiosa del tempo.

Il nome “fariseo” è diventato nei vangeli sinonimo di ipocrita, anche se, in realtà segnala una corrente del miglior giudaismo. Molti farisei erano dei credenti sinceri per i quali era fondamentale attuare fino in fondo la “legge di Mosè” intesa come espressione della volontà di Dio.

Molti di loro, nella rigorosa osservanza delle scritture, cedevano alla tentazione del legalismo e dell’autocompiacimento.  E’ questo genere particolare di fariseo che viene menzionato nella parabola, non il movimento farisaico in quanto tale.

Il pubblicano è il tipo più odiato che l’ebreo conosca e incontri nella sua terra. Egli è un traditore della patria, un servo dei dominatori stranieri. Pedina del sistema esattoriale romano, spilla denaro dai propri conterranei per sé  per gli oppressori. Ogni giudeo si guardava bene dall’accoglierlo in casa, dall’avvicinarlo, dal salutarlo. Il Vangelo stesso lo identifica con i peccatori e le meretrici.

Il comune giudizio era ormai acquisito sull’uno e sull’altro rappresentante, ma Gesù prova a dimostrare quanto esso sia superficiale o falso. Il fariseo è l’uomo religioso per eccellenza. E’ praticante, in regola con Dio e con gli uomini, verso i quali non sembra che abbia a rimproverarsi qualcosa.

Il suo errore invece è di fondo, non nelle azioni, ma nell’atteggiamento, nella maniera di impostare la sua vita di fronte al Signore e di fronte ai propri simili. La religiosità che il fariseo vive è quindi solo esteriore. Dentro vi è presunzione, ma anche molta grettezza, cattiveria e arroganza che lo spinge a giudicare con disprezzo l’uomo che ha preso posto lontano.

E noi, dove ci collochiamo?

L’atteggiamento del fariseo della parabola nei confronti del pubblicano lo vedo molto parente di quello presente oggi in molte persone cosiddette “benpensanti” che non ritengo degno di attenzione, rispetto e dignità chi chiede solo vengano riconosciuti alcuni aspetti fondamentali quali il diritto all’affettività, alla tutela sociale solo perché non rientrano nei binari di una ortodossia spesso sadica e disumana.

Per noi “cristiani” questa può diventare una parabola tentatrice e pericolosa perché ci espone ad alcuni malintesi che hanno trovato così tanto spazio nelle nostre chiese e quindi in noi. Anzichè identificarci eventualmente con il fariseo, preferiamo metterci nei panni del pubblicano e così, una volta sistemati tra i buoni e gli umili, siamo dispensati dalla conversione.

Facciamo fatica a sganciarci da un “sistema ecclesiastico” che continua a credere e a farci credere di essere l’altoparlante di Dio nella storia e che percorrere e sperimentare sentieri diversi sia un mettere in pericolo l’insieme delle chiese.

E’ invece soprattutto necessario costruire un cammino di fede e una spiritualità profondamente ancorata alla testimonianza biblica, attenta ai processi di liberazione umana, che sia fedele alla vita, canti l’amore, difenda i diritti delle persone, pratichi la nonviolenza, sappia imparare nel confronto, ascolti il grido di chi soffre e chiede giustizia.

In sostanza non un’altra chiesa ma una chiesa “altra”. Si tratta di un cammino impegnativo, ma possibile e liberante. Il potere sacro che pensa di possedere la libertà, funziona da prigione proprio come la presunzione del fariseo della parabola.

Anche perché tutti possono avere nell’animo qualcosa dell’atteggiamento religioso del fariseo o della condotta affaristica del pubblicano; per questo le due figure rimangono sempre ammonitrici. Tutti sono esortati al contrario  a evitare gli abbagli della pietà farisaica e a far propri i sentimenti del pubblicano.

Non di ideologia rigorosa dunque, abbiamo bisogno, ma di pratiche di vita autentica, avendo sempre davanti la schiettezza che ci viene chiesta nei Vangeli, ma anche la gioia che l’osservanza di ciò può derivarne.

Domenico Ghirardotti

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