16 ottobre – 29^ domenica del T.O.

Pregare oggi?

Propose loro ancora questa parabola per mostrare che dovevano pregare sempre e non stancarsi: «In una certa città vi era un giudice, che non temeva Dio e non aveva rispetto per nessuno; e in quella città vi era una vedova, la quale andava da lui e diceva: “Rendimi giustizia sul mio avversario”. Egli per qualche tempo non volle farlo; ma poi disse fra sé: “Benché io non tema Dio e non abbia rispetto per nessuno, pure, poiché questa vedova continua a importunarmi, le renderò giustizia, perché, venendo a insistere, non finisca per rompermi la testa”». Il Signore disse: «Ascoltate quel che dice il giudice ingiusto. Dio non renderà dunque giustizia ai suoi eletti che giorno e notte gridano a lui? Tarderà nei loro confronti? Io vi dico che renderà giustizia con prontezza. Ma quando il Figlio dell’uomo verrà, troverà la fede sulla terra?» (Luca 18, 1-8).

In questo brano compaiono due figure: il giudice iniquo ed una vedova. In Israele la vedeva, gli orfani, la donna sola erano considerate persone bisogne di tutela. Ecco perché viene evidenziato l’autorità ed il potere del giudice maschio. La vedova però non demorde ed insiste.

Allora questo giudice decide di rendere giustizia alla vedova per non essere più importunato, non per timore di Dio o senso del dovere. E’ un rapporto tra una cittadina ed un giudice che potrebbe benissimo esserci oggi.  E qui Gesù evidenzia il contrasto fra il comportamento del giudice e Dio: totalmente diversi. Dio fa giustizia prontamente, per usare un linguaggio giuridico.

Però, a mio modesto avviso, è importante ricordare le prime parole del brano: “Disse loro una parabola sulla necessità di pregare sempre senza stancarsi”. Ecco l’importanza della preghiera… Ma come pregare e quando pregare?Non vi sono ricette, né modalità codificate nella preghiera. I vari libretti di preghiere possono certo aiutare, così come la lettura dei Salmi. Credo sia importante porre attenzione al nostro rapporto con Dio. Ciascuno/a di noi ha il suo immaginario: l’immagine che abbiamo di Dio è diversa per ogni uomo, ogni donna.

E’ importante, a mio avviso, vedere Dio non come un giudice che punisce, né un dispensatore di grazie, quasi un distributore automatico: a un tipo di preghiera corrisponde una grazia, ad una messa un’altra… Poi dipende da noi, dalle circostanze in cui ci troviamo, dai momenti di gioia o dalle situazioni di difficoltà, di sofferenza.

Di fronte ad una perdita di un congiunto, magari di un figlia o di una figlia, il nostro cuore gronda sofferenza, abbiamo dolore e rabbia assieme, ci chiediamo: “ma perché…? Ebbene io credo, anzi ne sono certo, che Dio ci è accanto in modo tutto particolare, ci accompagna, vede la nostra sofferenza, sente i nostri lamenti, la rabbia. Anche quella è preghiera…

E durante le tragedie dell’umanità volute dagli uomini spesso si è alzato forte il grido: “ Dio dove sei?” Dove eri?  Penso alle sofferenze durante la Shoah,  le dittature dell’Argentina, del Cile e ancora oggi nelle carceri del mondo ove la tortura, le atrocità, la pena di morte sono il pane quotidiano.

Forse in questi caso dovremmo chiederci: tu uomo, tu donna che fai del Vangelo la tua bandiera, il tuo decalogo dove sei?,  E tu prete, tu vescovo, tu papa che ci stai a fare?…

La preghiera è un dialogo con Dio. Un dialogo dove spesso la parola non c’è, c’è il cuore che parla per noi, ci sono i nostri silenzi, le nostre angosce, le nostre gioie che noi deponiamo nella mani di Dio; Lui ci pensa… Come? E’ Lui a scegliere cosa fare: ci può offrire un incontro, una lettura, un silenzio ricco di conforto… Ci prende per mano e ci accompagna fuori dal pantano…

“Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà ancora la fede sulla terra?”. E’ il versetto di chiusura del brano presentato oggi dalla liturgia. Mi piace coglierne un semplice messaggio e provo a girare la domanda ai nostri giorni: ma oggi nel mondo, più vicino a noi, vi è ancora fede?

Per rispondere a questa domanda dobbiamo sciogliere un nodo. Che cosa significa oggi aver fede?  Senza giudicare nessuno/a, per me aver fede oggi è seguire la strada che Gesù ci ha indicato nei Vangeli, non praticare una serie di devozioni, non andare solo a messa la domenica, non è iscrivere mio figlio/a ad una scuola cattolica finanziata dallo Stato italiano…

Se mi guardo attorno la realtà purtroppo non è confortante. Certo anch’io manco in questa sequela. Però i valori che giganteggiano sono totalmente altri…

E allora? Come credenti dobbiamo semplicemente rimboccarci le maniche e lavorare per il Regno, qui e ora. E non è cosa semplice, né facile. Ma con l’aiuto di Dio, potremo farcela. Quando questa situazione potrà cambiare? Non è dato di sapere, credo importante in un ottica di fede di darci semplicemente da fare…

Memo Sales

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La parabola della vedova e del giudice è presente solo in Luca e non sappiamo se ci siano state aggiunte redazionali, volte a focalizzare il problema sulla preghiera, come dicono alcuni. E’ accostata a un’altra parabola solo lucana che è quella della preghiera del fariseo e del pubblicano al tempio, raccontata “per certuni che erano persuasi di essere giusti e disprezzavano gli altri”.

Le due parabole fanno parte degli insegnamenti che Gesù impartisce ai suoi nel tragitto verso Gerusalemme ed entrambe riguardano la preghiera. “Propose loro ancora questa parabola per mostrare che dovevano pregare sempre e non stancarsi”. Lo scopo della parabola è enunciato fin dall’intestazione in modo chiaro: occorre pregare sempre.

Gesù ha dato l’esempio, sicuramente pregava ogni giorno con le preghiere rituali della tradizione ebraica, lo Sch’ma Jisrael, le benedizioni, i salmi… ma i vangeli ci raccontano anche che molto spesso Gesù lasciava i suoi e si ritirava in un luogo solitario a pregare magari per una notte intera (Marco 1:35 – Luca 5:16 –  Matteo 14:2,3,  Marco  6:46,  Luca  6:12 –   Luca 11:1 –  Luca 9:29 – Luca 22:41,  Marco 14:26,  Matteo 26:36).

La preghiera aveva un ruolo fondamentale nella vita di Gesù quale momento di meditazione, per capire la strada da intraprendere e trovare le energie per seguirla; basti pensare alla preghiera nel Getsemani. Il messaggio che Gesù ci comunica con la sua costante preghiera personale è che l’uomo può mettersi in relazione con Dio in un rapporto filiale, può chiamare Dio Abbà e che cercare il silenzio, entrare in se stessi, ascoltare i suggerimenti interiori, è la strada per realizzare un proprio cammino di vita.

La parabola della vedova e del giudice ci dice anche che la preghiera insistente della donna ha ottenuto risposta e che le sarà resa giustizia con prontezza.  Si sottintende una preghiera di domanda così come in Matteo 7: 7-11 e in Luca 11: 9-10: “Io altresì vi dico: chiedete con perseveranza, e vi sarà dato; cercate senza stancarvi, e troverete; bussate ripetutamente, e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve, chi cerca trova, e sarà aperto a chi bussa”.

Ma circa la preghiera di domanda ci possiamo interrogare con Sant’Agostino su come è possibile che il Signore ci inviti a chiedergli ciò che lui conosce certamente meglio di noi («Lettera a Proba») e su che cosa possiamo domandare o ci aspettiamo.

Poter chiedere aiuto a Dio nei momenti di difficoltà è un bisogno istintivo dell’uomo: da sempre si sono invocati gli dei per la pioggia, la salute, la prosperità, per scongiurare una calamità, magari facendo offerte e sacrifici. E’ un riconoscimento implicito dei limiti e dell’impotenza della creatura umana, ma è anche un atto consolatorio, è il pensiero della possibilità che qualcuno possa intervenire e provvedere.

Sto pensando ai milioni di preghiere rivolte quotidianamente a Dio, o a chi si ritiene possa intercedere più facilmente presso di Lui come i santi e la Madonna, per ottenere la guarigione, il buon andamento di un esame, la felicità coniugale… interpretando alla lettera le parole “chiedete… e vi sarà dato”. Non posso non pensare anche alla preghiera disperata dei genitori dei bambini malati di tumore o leucemia che ho visto morire nel mio lavoro. Ricordo le feroci bestemmie di rabbia di un padre alla morte del figlio, la delusione e l’allontanamento dalla fede di altri.

E penso alle preghiere che devono essere salite da Auschswitz e alla domanda di Jonas “Come può Dio aver permesso la tortura, l’umiliazione ed infine la morte di milioni di ebrei? Come si può ancora accordare a Dio l’attributo della bontà dopo gli orrori che Auschwitz ha conosciuto?”( H. Jonas, Il concetto di Dio dopo Auschwitz). Forse sono proprio il bisogno o il dolore che ci costringono a riflettere su cosa rappresenta Dio per noi, su cosa è la preghiera.

Dio ha creato, crea e sostiene il mondo in ogni istante, e immagino questo sostegno come un costante atto d’amore: ma il creato è libero e in continuo divenire, Dio non interviene per modificare gli eventi. Siamo liberi, il mondo ci è affidato e dobbiamo partecipare alla sua evoluzione.

Auschwitz è successo perché molti uomini l’hanno voluto e permesso… molte catastrofi atmosferiche sono legate al nostro cattivo uso dei beni della terra,  l’aumento dei tumori è legato al nostro stile di vita, basti pensare alla relazione del tumore con il fumo. Dio non c’entra, non interviene.

Dice l’astronomo gesuita padre  George Coyne “Dio nella sua infinita libertà crea continuamente un mondo che riflette quella libertà a tutti i livelli del processo evolutivo per una complessità sempre maggiore. Non interviene ma piuttosto permette ed ama.” Allora la preghiera è mettersi davanti a Dio Creatore, fare silenzio, riconoscere la nostra creaturalità, il nostro bisogno del “pane quotidiano” e avere la certezza di essere partecipi del Suo amore.

Preghiera è attenzione a quanto ci suggerisce il nostro cuore, allo Spirito che è in noi, ma è anche conoscenza delle scritture, studio dell’esperienza di Dio che Gesù e altre persone hanno fatto. In Luca 11:13  Gesù dice  “Se voi, dunque, che siete malvagi, sapete dare buoni doni ai vostri figli, quanto più il Padre celeste donerà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono!».

Pregare è riconoscere che sono decentrato da me, che sono situato in una relazione d’amore che precede, accompagna e supera la mia vita; significa buttare i miei “lievi” giorni e i miei contati anni tra le braccia dell’Eterno e affidare a Lui le mie fatiche, le mie gioie, le mie sconfitte, le mie speranze.

La preghiera mi libera dall’ossessione dell’io, dall’autocentramento e mi ossigena il cuore nel profondo. La preghiera ebraico-cristiana, prima di tradursi in preghiere, è la struttura interiore per cui penso tutta la vita come un dialogo, come un attingere alla Sorgente, come un volgere cuore e occhi alla fonte della vita, la roccia del mio cuore.

Mi viene in mente un’ultima riflessione sulla parabola ed è il pensiero della vedova che lotta insistentemente per avere giustizia. La vedova nel mondo ebraico, al tempo di Gesù, era in una condizione di debolezza, più esposta ai soprusi, si poteva farla aspettare.

Il ricco, il potente, non ha bisogno di richiedere due volte le cose: trova subito chi gli dà ascolto; il povero è colui che attende, che non riesce a difendersi. Ma la donna è aggressiva e perseverante, difende indomita i propri diritti,  vuole giustizia e la ottiene.

La visione del creato in evoluzione, del mondo come patrimonio  che appartiene a tutti è espressa da Gesù nel disegno del “Regno di Dio”,  cioè nella realizzazione di una convivenza di amici, di eguali, di fratelli che condividono i beni della terra.

E’ un messaggio di giustizia sociale, di liberazione rivolto agli ultimi della società che ci porta a interrogarci ogni giorno su come ognuno di noi è tenuto a contribuire. Lottare per la giustizia, con la perseveranza e la determinazione della vedova è l’impegno che dobbiamo tutti sentire perché “il  regno di Dio” si realizzi qui ed ora.

Vilma Gabutti

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