18 settembre – 25^ domenica del T.O.

Fedeli nel poco… fedeli nel molto

Diceva anche ai discepoli: “C’era un uomo ricco che aveva un amministratore, e questi  fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: Che è questo che sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non puoi più essere amministratore. L’amministratore disse tra sé: Che farò, ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ho forza,  mendicare, mi vergogno. So io che cosa  fare perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua. Chiamò uno per uno i debitori del padrone, e disse al primo: Tu quanto devi al mio padrone? Quello rispose: Cento barili d’olio. Gli disse: Prendi la tua ricevuta, siediti e scrivi subito cinquanta. Poi disse a un altro: Tu, quanto devi? Rispose: Cento misure di grano. Gli disse: Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta. Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce. Ebbene, io vi dico: Procuratevi amici con la disonesta ricchezza, perché, quand’essa  verrà a mancare, vi accolgano nelle dimore eterne. Chi è fedele nel poco è fedele anche nel molto; e chi è disonesto nel poco, è disonesto anche nel molto. Se dunque non siete stati fedeli nella disonesta ricchezza, chi vi affiderà quella vera?E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra? Nessun servo può servire a due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire a Dio e a mammona”. (Luca 16,1-13)

Questo testo si trova nella grande sezione del Vangelo di Luca riguardante il viaggio di Gesù a Gerusalemme  (9,51 – 19,27) e più specificamente nella seconda parte (13,22 – 18,30). Questa era iniziata con l’invito a entrare per la porta stretta (13,22-30), a cui aveva fatto seguito una raccolta di brani situati in un contesto conviviale (14,1-24), una catechesi sul discepolato (14,25-34) e infine una raccolta di tre parabole sulla misericordia divina (15,1-15). A questo punto viene inserita una nuova raccolta che comprende la parabola dell’amministratore astuto (vv. 1-7) a cui vengono aggiunti due detti esplicativi (vv. 8-9), e poi altri detti che indicano diverse linee interpretative della parabola stessa (vv. 10-13). Il materiale contenuto in questo brano è esclusivo di Luca, con l’unica eccezione del v. 13 che ha un equivalente in Mt 6,24.

Luca riporta la parabola con una breve introduzione in cui mette in luce che essa è rivolta ai discepoli: dà infatti indicazioni che riguardano la sequela, ma sono ritenute valide per tutti i credenti. Il racconto parabolico ha come protagonista l’amministratore di un ricco possidente il quale è “denunciato” come dissipatore dei suoi beni. La sua è stata probabilmente una colpa di negligenza, poiché non si fa cenno a frodi. Egli viene allora chiamato dal padrone a rendere conto della sua gestione… Il licenziamento sembra ormai inevitabile…

Il brano sembra un invito alla disonestà: un amministratore che lucra e sperpera gli averi del suo signore e, dopo essere stato smascherato, mette in piedi un’altra truffa per poter “restare a galla”. Secondo le usanze di allora in Palestina, l’amministratore aveva diritto a concedere prestiti con i beni del suo padrone e di questa attività non veniva retribuito: poteva dunque alterare l’importo sulla ricevuta, in modo che la differenza rappresentasse  il suo guadagno.

L’uomo si rende conto immediatamente che lo aspetta il licenziamento e cerca un rimedio. Egli non sa coltivare la terra, quindi non rientra tra quelli che producono, e neppure si sente di mendicare, cioè di vivere alle spalle degli altri, perché ciò lo riempirebbe di vergogna. Egli però non si perde d’animo e cerca con spregiudicatezza, senza considerazioni religiose o scrupoli di coscienza, una via d’uscita dalla difficile situazione in cui verrà a trovarsi.

La soluzione che escogita è quella di utilizzare il potere che ancora possiede per risolvere i suoi guai. Egli dunque cerca di procurarsi il favore di quanti potranno poi aiutarlo quando ne avrà bisogno. A tal fine chiama i debitori del suo padrone e riduce drasticamente l’ammontare del loro debito. Vengono portati solo due esempi: a uno che doveva cento barili di olio fa scrivere cinquanta, mentre a un altro che doveva cento misure di grano fa scrivere ottanta. Gli sconti praticati sono davvero notevoli. Un barile d’olio corrispondeva a circa 40 litri, una misura di grano a circa 400. La proceduta è alquanto sbrigativa e per ciò stesso inverosimile, in quanto sembra che questi non disponga di registri e tutto si basi sulle bolle in possesso dei debitori. Ma al narratore ciò non interessa: l’importante è fare vedere con quanta ingegnosità egli si è preoccupato per il suo futuro.

Senza ulteriori dettagli l’evangelista passa direttamente all’applicazione: “Il signore lodò quell’amministratore disonesto”. Questa lode rappresenta una svolta inattesa, tipica dei racconti parabolici, il cui scopo è quello di provocare un effetto a sorpresa. È chiaro che essa non riguarda la qualità etica dell’azione compiuta, ma la previdenza (saggezza, scaltrezza) con cui egli ha affrontato la situazione. Abbiamo davanti una persona piena di risorse, che sa trovare una soluzione utile, anche dopo un errore, che non esita ad utilizzarle non solo per la propria sopravvivenza ma anche per garantirsi un certo benessere. Quindi non si tratta di proporre ad esempio la sua disonestà, ma il suo impegno per garantirsi il futuro.

Che sia questa l’angolatura con cui si deve leggere la parabola viene specificato dall’evangelista mediante un detto di Gesù che probabilmente viene da un altro contesto: “Infatti i figli di questo secolo sono più saggi dei figli della luce verso la loro stessa specie”.  Chi sono i figli di questo mondo e chi sono i figli della luce? Il linguaggio è caratteristico della comunità di Qumram: i figli di questo mondo sono coloro che si riconoscono solo nel presente e non agiscono che per esso; i figli della luce sono i membri della comunità di Qumram, quelli che hanno ricevuto la luce da Dio. La comunità di Qumram era un’esperienza di distacco dal mondo e di vita comune organizzata in un luogo presso il mar Morto. La comunità aveva regole rigide e per farne parte occorreva un lungo percorso di preparazione. Si potrebbe definire una comunità “monastica” ebrea i cui membri vivevano appartati perché non si riconoscevano più nel secolo presente perseguendo un ideale di purificazione nell’attesa del giudizio imminente di Dio.

Gesù aveva probabilmente avuto contatti con l’esperienza di Qumram e ne aveva tratto numerosi insegnamenti. Tuttavia preferì seguire il Battista e continuare la sua esperienza in una predicazione itinerante a stretto contatto con quel “mondo” che il gruppo di Qumram rifiutava. L’incontro con questo pezzo di umanità fatta di gente comune, di poveri e benestanti, di maestri della legge e pubblicani, di lebbrosi e prostitute, gli aveva insegnato a non giudicare frettolosamente, a non mettere le regole prima del cuore delle persone; queste frequentazioni gli avevano mostrato che, alle volte, anche dall’errore poteva nascere la giustizia, anche dalla bestemmia poteva scaturire una preghiera, anche dall’ “erba cattiva” poteva uscire qualcosa di buono. Il rimprovero che Gesù, secondo Luca, fa ai discepoli è quello di mettere meno impegno nei rapporti con i loro fratelli nella fede, cioè nella ricerca del regno di Dio, di quanto ne mettano le persone comuni nel perseguimento dei propri interessi.

Questo giudizio critico riflette forse l’abbassamento del tono di vita delle comunità cristiane alla fine del primo secolo: a causa del ritardo della seconda venuta di Gesù (parusìa) i credenti hanno perso il fervore primitivo e si dimostrano negligenti e pigri nel perseguire i beni eterni. Anche questa parabola è un invito all’azione, a non darsi per vinti; rivolgendosi ai discepoli Gesù sembra dire: “Se non si tiene a se stessi, come si farà ad avere a cuore la causa del Regno? Se non si è accorti verso le proprie cose, verso i propri affari, come si farà ad esserlo in qualcosa di molto più prezioso come il Regno dei cieli?”.

Essere “fedeli nell’iniqua ricchezza” dunque non è essere “fedeli all’iniqua ricchezza”; avere uno stile di vita attivo, vitale, fantasioso può essere molto utile per costruire esperienze di solidarietà, di vicinanza, di condivisione e se vi si trasferiscono l’impegno, la scaltrezza, l’attenzione profusi per “l’iniqua ricchezza” esso avrà più possibilità di realizzarsi.

Certo, nella mentalità di chi vede come valore prioritario la ricchezza e il possesso, deve aver fatto un’impressione straordinaria e deve aver suscitato molta perplessità la decisione dell’amministratore di rinunciare ai propri guadagni; ma  proprio una persona che sa trovare una soluzione nel momento di difficoltà, rinunciando ai suoi interessi materiali, acquista fiducia ai loro occhi ed a loro può dare modo di ripensare a come impostare la propria vita.

Questa parabola non è certo un invito a concentrarsi sull’accumulo del capitale, quanto un invito ad utilizzare i “beni” che ci sono stati affidati; è un invito all’azione, a non darsi per vinti. La condotta del cattivo amministratore qui ci viene presentata non per suggerirci un sistema di ruberie ma, al contrario, per segnalare un comportamento pronto, diligente, astuto nell’operare, una tattica che può essere da esempio per ciascuna e ciascuno di noi, quando ci rendiamo conto di aver preso la strada sbagliata, per ripartire facendo tesoro dell’esperienza precedente, un modo di reagire per collaborare alla costruzione di un mondo più giusto.

L’interpretazione della parabola prosegue con un detto di Gesù: “Fatevi degli amici con il Mammona ingiusto, affinché quando verrà a mancare, vi accolgano nelle tende eterne” (v. 9). Il collegamento di questo detto con la parabola dell’amministratore infedele è artificioso. Mentre infatti nella parabola questi si procura la futura accoglienza da parte dei debitori del suo padrone sperperandone i beni, in questo detto si parla del buon uso dei propri beni in vista del premio futuro. Questo detto proviene quindi da un altro contesto ed è qui riportato in quanto sembra dare una spiegazione della parabola a partire dalla parola “accogliere” (cfr. v. 4). Il termine “mammona” deriva probabilmente dalla radice ebraica ’aman (essere stabile), la stessa da cui deriva il termine ebraico corrispondente a “fede”, e indica il denaro in quanto fondamento su cui uno costruisce la propria sicurezza.

Il “mammona” viene dichiarato ingiusto non solo perché l’accumulo di beni in una società preindustriale si ottiene unicamente con lo sfruttamento del lavoro altrui, ma perché si cerca in esso quella sicurezza che può provenire solo dalla fede in Dio. Proprio perché è ingiusto il denaro deve essere abbandonato, e ciò può avvenire solo se è messo a disposizione di chi non ne ha. In altre parole esso può assumere un valore positivo solo se chi lo possiede è disposto a condividerlo, in quanto alla fine della sua vita, quando non potrà più disporre dei suoi beni, i poveri beneficati intercederanno per lui. Le “tende eterne” sono un’immagine che rievoca le dimore dei giusti in cielo dopo la morte (cfr. Gv 14,2): si suppone che i poveri, con cui il ricco condivide i suoi beni, lo precedano in un luogo felice nell’altra vita, come il povero Lazzaro nella parabola del “ricco epulone” (cfr. Lc 16,19-31).

L’evangelista aggiunge ora altri quattro detti che segnalano ulteriori possibilità di interpretazione della parabola. Anzitutto “chi (è) fedele in una cosa minima, è fedele anche in una cosa grande, chi è ingiusto in una cosa minima è ingiusto anche in una cosa grande” (v. 10). Anche questo detto è qui chiaramente fuori contesto perché la parabola non contiene un contrasto tra cose piccole e cose grandi. Esso fa leva sul fatto che chi, come l’amministratore della parabola, è infedele e disonesto in cose molto piccole, lo sarà anche in cose più impegnative: quindi, è sottinteso, non gli saranno affidate mansioni di maggiore responsabilità. Così per i credenti l’ingiustizia, cioè l’infedeltà nell’amministrazione di una “cosa minima”, cioè i beni terreni, precluderà loro il conseguimento di una “cosa grande”, cioè la salvezza eterna.

Il secondo detto si aggancia direttamente al precedente: “Se dunque non siete stati fedeli con il mammona ingiusto, che vi affiderà la (ricchezza) vera?” (v. 11). Mentre prima si trovava l’alternativa tra “cose minime” e “cose grandi”, qui il contrasto è tra mammona ingiusto e ricchezza vera. Questo nuovo detto è stato attratto in questa raccolta dalla parola “mammona” (cfr. v. 9) e dalla somiglianza con il precedente, di cui potrebbe rappresentare una rilettura in funzione dei responsabili della comunità. Le cose minime verrebbero allora identificate con gli interessi materiali, definiti globalmente come il mammona ingiusto, mentre la cosa grande sarebbe la vera (ricchezza), cioè la salvezza. Se i ministri non hanno saputo amministrare correttamente i beni materiali della comunità, come potranno ottenere una responsabilità più importante, che consiste nell’amministrazione dei beni spirituali?

Il terzo detto insiste ancora sulla parola “fedeltà”: “E se non siete stati fedeli con la (ricchezza) altrui, chi vi darà la vostra?” (v. 12). Il collegamento con la parabola è nuovamente artificioso: la ricchezza è una cosa estranea al cristiano, come lo erano i beni del padrone per l’amministratore. Ora il giusto uso dei beni terreni, che non gli appartengono, offre al credente l’opportunità di aiutare i poveri, manifestando così il proprio attaccamento a Dio e guadagnando il vero bene che gli appartiene, cioè la vita eterna.

Nell’ultimo detto si afferma: “Nessun servo può servire a due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire a Dio e a mammona” (v. 13) Il logion di tipo parenetico-sapienziale, riportato quasi alla lettera anche da Matteo nel discorso della montagna (cfr. Mt 6,24), risulta collegato con quello precedente mediante la parola-chiave “mammona”. Nessuno può sottomettersi a due padroni: se si rende schiavo della ricchezza, attaccandosi ad essa, non può certamente amare Dio con tutto il cuore e tutta la mente, e viceversa (cfr. Lc 10,27). Non è possibile un compromesso: Dio è molto esigente, perché vuole che l’uomo si rapporti a lui nella sua totalità, in modo indiviso.

In questo brano Gesù prende posizione circa l’uso appropriato dei beni in funzione del regno di Dio. In questo passo si nota una certa tensione tra la rinuncia totale ai beni terreni, perché impediscono una piena adesione al vangelo, e la valorizzazione positiva della ricchezza, usata per compiere il bene in favore dei fratelli bisognosi.

Nei detti riportati a commento della parabola è attestato il passaggio da una prospettiva escatologica, incentrata sulla venuta del regno di Dio in questo mondo, all’idea di una vita eterna che scatta al momento della morte fisica e deve essere conquistata con le opere buone. Dal tema della condivisione si passa così inavvertitamente a quello dell’amministrazione fedele della ricchezza. I beni terreni sono secondari e di poco conto, rispetto ai veri beni, quelli spirituali,  autentici e inalienabili, perché custoditi in cielo.

Probabilmente l’evangelista rispecchia una problematica che si faceva sentire fortemente nella comunità cristiana alla fine del I secolo, quando le posizioni radicali di Gesù riguardo ai beni terreni venivano mantenute, ma erano reinterpretate in funzione nella nuova situazione determinata dal ritardo della sua seconda venuta (parusìa). Questo evento imprevisto, si vuole affermare, non deve diventare una scusa per ripiombare nell’attaccamento ai propri beni materiali.

Il credente può e deve evitare questo pericolo solo lottando perché la realtà nuova del regno, già “inaugurato” dalla morte e risurrezione di Cristo, diventi il motivo ispiratore di tutte le sue scelte, personali e comunitarie. Egli non è chiamato propriamente ad alienare i beni materiali che possiede, ma a servirsene in funzione di un bene più grande che è il regno di Dio, un regno di giustizia e di solidarietà tra tutti. Di conseguenza il ricco non viene escluso dalla comunità, ma si salva solo accogliendo i poveri e rendendoli partecipi dei suoi beni.

Una distorta lettura del vangelo potrebbe indurre a pensare che il regno si realizza da sé, che i suoi membri si debbano staccare da se stessi e se stesse per vivere una realtà in cui si viene finalmente espropriati dall’egoismo, dall’ambizione, dalle passioni travolgenti. Ebbene in questa parabola Gesù ci dice il contrario. Il regno ha bisogno di operai scaltri, accorti, di donne e uomini pieni di passione per la solidarietà, per la giustizia; che mettono in campo tutta la dedizione che, ad esempio, i membri di una multinazionale mettono per accumulare i propri capitali. E’ paradossale prendere ad esempio “l’antitesi” del regno ma, alle volte, nelle chiese si respira una tale inanità che si ha l’impressione che il regno sia qualcosa di asfittico, pallido, senza il sapore della vita.

Gesù chiarisce bene il suo annuncio nella frase sui due padroni: Il denaro e il regno dei cieli sono come due padroni; possono entrare nel cuore e prenderne possesso ma non insieme. C’è una netta incompatibilità che è scritta nel nostro codice genetico. Non si possono servire entrambe ma, se si sceglie il regno occorre farlo almeno con la passione che può suscitare la ricchezza, perché il regno dei cieli vale molto di più.

Paolo Sales

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *