11 settembre – 24^ domenica del T.O.

Amare è prendere l’iniziativa

Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano: «Costui riceve i peccatori e mangia con loro». Allora egli disse loro questa parabola: «Chi di voi se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va dietro a quella perduta, finché non la ritrova? Ritrovatala, se la mette in spalla tutto contento, va a casa, chiama gli amici e i vicini dicendo: Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora che era perduta. Così, vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione. O quale donna, se ha dieci dramme e ne perde una, non accende la lucerna e spazza la casa e cerca attentamente finché non la ritrova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, dicendo: Rallegratevi con me, perché ho ritrovato la dramma che avevo perduta. Così, vi dico, c’è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte». Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane disse al padre: Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta. E il padre divise tra loro le sostanze. Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, raccolte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto. Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò e si mise a servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava. Allora rientrò in se stesso e disse: Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni. Partì e si incamminò verso suo padre. Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l’anello al dito e i calzari ai piedi. Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò un servo e gli domandò che cosa fosse tutto ciò. Il servo gli rispose: È tornato tuo fratello e il padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo. Egli si arrabbiò, e non voleva entrare. Il padre allora uscì a pregarlo. Ma lui rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso. Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato» (Luca 15, 1-32).

Gesù immagina Dio così: come il pastore che cerca la pecora perduta, come la donna che accende la lampada in pieno giorno e spazza la casa senza stancarsi alla ricerca della sua monetina rotolata chissà dove, denaro enormemente importante per lei (cfr. Elisabeth Schüssler Fiorenza, In memoria di lei, Claudiana, p. 156).

E quando qualcuno o qualcuna si converte, cambia vita, si fa trovare dall’Amore che lo cercava… allora “tra gli angeli di Dio… in cielo… vi è grande gioia… più gioia per un solo peccatore che si converte che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione”.

Cos’è “conversione”?

Di cosa parla Gesù quando, in queste parabole e in molte altre pagine dei Vangeli, invita alla conversione? Certamente non intende il gentile che si fa ebreo né l’atzeco o il maya battezzati a forza dai cattolicissimi feroci conquistadores. Né, in anni più vicini a noi, il protestante che “si cambia” in cattolico per evitare persecuzione, torture e morte… sempre da parte dei pii cattolici.

“Peccatori”, per i farisei e gli scribi che incontriamo al v. 2, erano “gente che non osservava la Torah… criminali o quelli che esercitavano mestieri disdicevoli come venditori di frutta, custodi di porci, venditori ambulanti di aglio, gestori di bar, marinai, banditori, pubblicani, ruffiani, prostitute, servi ed altri… persone emarginate che erano pagate male e spesso maltrattate” (ibidem, p. 153).

In bocca a Gesù raramente compare questa parola. Così, a memoria, ricordo che alla donna che salva dalla lapidazione, per essere stata sorpresa in flagranza di adulterio, dice: “Va’ e non peccare più”. Ma non è certo un giudizio di condanna all’emarginazione, a cui sono facilmente inclini coloro che “mormoravano dicendo: Costui accoglie i peccatori e mangia con loro” (v. 2). La conosceranno, questa pagina, i feroci maschi aguzzini che in Iran continuano a condannare alla lapidazione o ad altre forme di morte violenta le donne ree di adulterio?

Sono “soluzioni maschili a violenze maschili”, come scriveva Jonathan Terino su Riforma del 13.3.09, commentando lo stupro di Dina in Genesi 34. Di Dio si riempiono la bocca, mentre il loro cuore è colmo di odio nei confronti delle donne, disprezzate come persone e destinate unicamente al consumismo maschile. Ecco perché credo fermamente che il cammino degli uomini che cercano di liberarsi dal giogo della cultura patriarcale sia un cammino autentico di conversione, nello spirito più radicale del messaggio evangelico: non chi dice “Signore, Signore”, ma chi fa la volontà di Dio: amore, rispetto, responsabilità, convivialità, giustizia…

La parabola del padre che ama con pazienza infinita il figlio scapestrato ci aiuta meglio, secondo me, a capire che cosa davvero intendesse dire Gesù quando parlava della “gioia che c’è in cielo ogni volta che un peccatore si converte”. Perché nelle prime due parabole c’erano una pecora e una monetina… quindi l’accento era messo sulla ricerca e sulla gioia per il ritrovamento.

Ma i “peccatori” sono persone, uomini e donne che si perdono e possono scegliere di non farsi ritrovare, di rendere vana ogni ricerca, decidendo di non cambiare assolutamente le loro scelte di vita. La libertà dei figli e delle figlie di Dio è anche questo, senza dubbio. Così, come spesso diciamo parlando di ragazzi e ragazze che si perdono nel labirinto delle dipendenze, quel figlio deve “toccare il fondo”, trovarsi in condizioni disperate, di fronte a due sole opzioni: morire o convertirsi, tornare indietro (la “conversione a U” del gergo automobilistico) e cercare di riprendere il filo della vita al punto in cui l’aveva bruscamente interrotto.

Pentimento

E’ quello che chiamiamo “pentimento”: il momento magico della presa di coscienza, dell’apertura degli occhi… della consapevolezza che irrompe in noi come una luce improvvisa e ci fa vedere la soluzione possibile, quella che ci ridarà la gioia e la felicità che avevamo cancellato dal nostro orizzonte.

Certo, poi è dura. Bisogna mettersi in cammino, tornare materialmente sui nostri passi, riconoscere e chiamare per nome l’errore commesso, provare l’ansia per quello che potrà succedere, compresi possibili rifiuti da parte di persone care, umiliarsi di fronte a chi abbiamo fino a quel momento abbandonato, disprezzato, maltrattato… Ci riaccoglieranno? Quasi sempre succede così, proprio come nella parabola: “Mentre stava ancora lontano, suo padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò teneramente”.

L’amore è fatto così: ti precede e ti abbraccia prima ancora che tu abbia il tempo di buttarti in ginocchio per chiedere perdono. Devi chiedere perdono, questo sì, riconoscere di avere sbagliato e di voler decisamente cambiare vita. A te stesso, innanzitutto; così sarai sincero quando lo chiederai a loro. Ed ecco la nuova alleanza: tra padre e figlio si rinsalda ancora più forte di quanto fosse prima. Anzi, adesso nasce la vera alleanza, basata sul riconoscimento reciproco, sulla consapevolezza di una scelta di vita matura, responsabile.

Com’è stato quel giorno di tanti anni fa tra me e mia moglie: quando ho finalmente riconosciuto che dovevo cambiare il mio modo di stare al mondo come marito, come padre, come uomo; che avevano ragione lei e le donne del femminismo che chiedevano a me e a tutti gli uomini questa radicale conversione. Da allora è cominciato un cammino che durerà tutta la vita, la mia per me e quella dell’umanità per il genere maschile, e che già oggi, però, mi fa partecipare alla “gioia degli angeli del cielo”, felicità inenarrabile.

Io credo che anche la pecora sarà stata felice di essere ritrovata dal suo padrone preoccupato, ignara del destino di morte verso cui presumibilmente sarebbe comunque stata avviata. Anche la monetina, a modo suo. Ma per me! per noi!… la felicità non è solo degli angeli nel cielo. E’ per me, per noi: qui e ora!

Domande

Allora, davanti a questa pagina di Luca, guardando negli occhi Gesù, i suoi interlocutori e i personaggi delle tre parabole, mi chiedo:

–  Dove mi colloco: tra coloro che si sentono “giusti” perché fin dall’infanzia osservano tutti i comandamenti imparati al catechismo?

–  O sono consapevole di essere sempre ricercato dall’amore e di dovermi far trovare?…

–  Quindi è conveniente che lo aiuti nella ricerca, mettendomi in cammino e andandogli incontro! L’amore è la vita, è chi mi ama e si prende cura di me, di ogni “me”, chi lotta con perseveranza per un mondo che non escluda più nessuno e nessuna, in cui sia davvero possibile convivere tutti e tutte e ogni cosa, rispettandoci a vicenda.

–  Oppure resto tra i “mormoratori”, coloro che si ergono a giudici e distribuiscono ostracismi e condanne all’esclusione, morte e carcere e marginalità, a chi non corrisponde ai criteri che loro hanno stabilito… anzi, che loro incarnano: loro ricchi, occidentali, cristiani, eterosessuali, maschi, gerarchi potenti e legiferanti… e l’elenco comprende anche chi non è proprio così, ma si omologa o si lascia volentieri omologare, diventando servo o serva funzionale a una sistema sociale che si regge sul peccato fondamentale che è la cultura patriarcale, quella che cataloga, giudica, esclude.

Penso che non ci siano “giusti” tra di noi; tutti abbiamo peccati da riconoscere e conversioni di vita da praticare quotidianamente. Forse ci potrebbe aiutare, in questo cammino, non solo “occuparci” degli ultimi, correndo il rischio di trasformare la nostra vita in una competizione per affermare la superiore bontà delle nostre pratiche di cura, ma imparare anche a vivere e a sentirci come ultimi tra gli ultimi, per liberarci insieme, praticando la condivisione, a partire ciascuno e ciascuna da sé.

Beppe Pavan

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