4 settembre – 23^ domenica del T.O.

Entusiasmo e consapevolezza

Siccome molta gente andava con lui, egli si voltò e disse: «Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo. Chi di voi, volendo costruire una torre, non si siede prima a calcolarne la spesa, se ha i mezzi per portarla a compimento? Per evitare che, se getta le fondamenta e non può finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro. Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda un’ambasceria per la pace. Così chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo (Luca 14, 25-33).

La pagina che abbiamo davanti agli occhi, tranne i versetti delle due parabole della torre e del re guerriero che sono esclusivamente lucani, sono presenti con qualche variante anche in Matteo 10, 37 – 38. I biblisti ci informano che vengono qui raccolti alcuni detti che sono stati annunciati in circostanze diverse, come insegnamenti per i discepoli. Cercare di cogliere il messaggio di questa pericope significa affrontare una sfida.

Gesù, nel suo viaggio verso Gerusalemme, è ben consapevole che lo attende una opposizione frontale. Ma attorno a lui è cresciuto in alcune circostanze un grande entusiasmo: “molte folle andavano con lui”. Il Maestro, che ama la gente, non si fida però dell’entusiasmo e questo suo “voltarsi” sembra esprimerlo gestualmente. In ogni caso alla gente e alla cerchia dei discepoli e delle discepole Gesù rivolge un messaggio esplicito: pensate bene a quello che state facendo e decidete se volete stare con me fino alla fine.

I versetti che seguono nella tradizione cristiana hanno dato vita ad una serie di interpretazioni ambigue da auto flagellatori, tanto che qua e là, in feste patronali e in santuari, flagellarsi a sangue è diventato sinonimo di portare la croce. In una cittadina ligure, ad esempio, c’è una sera d’estate (alcuni anni fa l’ho visto con i miei occhi) in cui c’è la rassegna, la gara e la sfilata delle croci. Da croci alte come una casa a piccole croci portate da bambini tutti vestiti da crociferi, con tanto di banda musicale e di sindaco.

Fatta questa parentesi, il portare la croce non significa auto flagellarsi, ma diventare responsabili delle proprie scelte, capaci di resistere anche nei momenti in cui si profilano difficoltà ed opposizioni. In queste righe dell’esigenza di portare la croce “viene collegata la quasi temeraria richiesta di odiare la propria famiglia e la propria vita.

Odiare è un’espressione semitica che significa volgersi da un’altra parte, distaccarsi da qualcuno o da qualcosa. Non c’è nulla di quell’emozione che noi esperimentiamo nell’espressione: “ti odio”. Se questo fosse il caso, un versetto da solo avrebbe cancellato tutte le richieste di amare, curare, nutrire….. che si trovano nei due Testamenti.

E odiare la propria vita non è una vocazione dell’autoripugnanza, al considerare se stessi come vermi, al gettare se stessi nella discarica dei rifiuti del mondo…… Quel che viene richiesto ai discepoli è che, nell’intreccio di molte realtà e lealtà in cui tutti noi viviamo, l’esigenza di Cristo e del Vangelo non solo deve avere la precedenza, ma ridefinisce il ruolo di tutte le altre. Questo necessariamente comporterà qualche separazione, qualche cambiamento.

In sostanza anche le due parabole dicono la stessa cosa e pongono la stessa domanda: siete sicuri di volermi seguire? Non vi tirerete indietro davanti a qualche vera difficoltà? La memoria che Luca conserva di questi insegnamenti di Gesù non era affatto astratta. Nella comunità degli anni 85 – 90, già si coglievano tanti voltafaccia, tante “interruzioni”.

La vita al seguito di Gesù viene presentata come la costruzione di una torre in una vigna e nella seconda parabola come una “milizia”, un combattimento… Insomma, l’impresa non deve essere lasciata a metà. Forse sarebbe meglio non cominciare nemmeno…, se poi si molla a metà strada.

Bisogna stare attenti a non leggere questi versetti come enunciati moralistici di una impresa adatta solo a persone eroiche. Il richiamo ha un sapore del tutto diverso: seguire Gesù non è una strada impossibile, ma è un cammino impegnativo. Qualche volta, ci dice Luca, facciamo bene a ricordarcelo per non confondere la fede con un pò di adempimenti religiosi.

Angelo Ciracì

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