14 agosto – 20^ domenica del T.O.

Giudicate da voi stessi

“Io sono venuto ad accendere un fuoco sulla terra; e che mi resta da desiderare, se già è acceso? Vi è un battesimo del quale devo essere battezzato; e sono angosciato finché non sia compiuto! Voi pensate che io sia venuto a portar pace sulla terra? No, vi dico, ma piuttosto divisione; perché, da ora in avanti, se vi sono cinque persone in una casa, saranno divise tre contro due e due contro tre; saranno divisi il padre contro il figlio e il figlio contro il padre; la madre contro la figlia, la figlia contro la madre; la suocera contro la nuora e la nuora contro la suocera”. Diceva ancora alle folle: “Quando vedete una nuvola venire su da ponente, voi dite subito: “Viene la pioggia”; e così avviene. Quando sentite soffiare lo scirocco, dite: “Farà caldo”; e così è. Ipocriti, l’aspetto della terra e del cielo sapete riconoscerlo; come mai non sapete riconoscere questo tempo? Perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto? (Luca 12, 49-57)

La conclusione del cap. 12 dell’evangelo di Luca è un drastico invito a scegliere. Giovanni era andato nel deserto e vi predicava il ravvedimento e la conversione tramite un gesto molto significativo: l’immersione nel Giordano, il battesimo. Il gesto era altamente simbolico ma non poteva limitarsi ad un gesto esteriore doveva coinvolgere tutto l’essere, si trattava veramente di cambiare stile di vita in vista di qualcosa di imminente che stava per accadere.

Gesù era discepolo del Battista e nella sua predicazione oscilla tra l’annuncio gioioso del regno che sta per venire: “il regno di Dio è in mezzo a voi” (Lc 17,21) e il richiamo urgente, quasi in codice apocalittico, al cambiamento di vita. Le due cose non sono in contrasto. Un regno non può essere diviso in se’ stesso troviamo scritto al cap. 11, così non è possibile costruire il regno ed abitarvi se non ci mettiamo in cammino, se non permettiamo che il nostro cuore si converta: sarebbe una farsa. Ciò che facciamo è lo specchio di ciò che siamo.Il linguaggio usato in questi versetti è quello tipico dei profeti quando parlano dell’imminenza del giudizio: “Perché il figlio offende il padre, la figlia insorge contro la madre, la nuora contro la suocera e i nemici di ciascuno sono quelli di casa sua” (Michea 7,6). Prendere delle decisioni non è facile. Decidere deriva dal latino e letteralmente significa “tagliare via”; ecco perché quando si prendono delle decisioni importanti si corre il rischio di creare divisioni.

Non stupiscono allora le parole di Gesù, che nella sua vita aveva sperimentato la rottura, l’incomprensione delle persone della sua famiglia, del suo villaggio. Gesù predica con le stesse parole dei profeti di qualche secolo prima, con le stesse parole di Giovanni, ma non sono parole semplicemente ripetute, egli mentre annuncia il regno lo sta già sperimentando, lo sta già vivendo; egli è già passato attraverso certe esperienze, non parla per “sentito dire”.

Così l’appello a saper leggere i segni dei tempi. Qohelet lo aveva già constatato: “Nulla di nuovo sotto il sole”. Allora perché non saper leggere il presente alla luce della memoria di ciò che era già stato; perché non leggere il presente alla luce dell’annuncio dei profeti, dei loro richiami all’autenticità, alla giustizia; perché non guardare il mondo con gli occhi dell’Eterno? Gesù sa essere duro. Chiama “ipocriti” coloro che si vantano di saper leggere i segni della natura ma non sanno giudicare il tempo in cui vivono.

Quanto sono pungenti queste parole per noi che viviamo nel XXI° secolo. Quanti errori sono stati commessi nel passato per non essere stati presenti con la coscienza, per non aver voluto giudicare il tempo. Il male del XX° secolo è la perdita della memoria: non ci si ricorda di ciò che è successo, quindi non si è in grado di riflettere sul passato e viviamo il presente come se fosse mai capitato e quasi subito dimentichiamo: purtroppo anche le esperienze più drammatiche restano nei ricordi solo di chi le ha vissute e nessuno chiede loro di raccontare.

Come è possibile “giudicare da noi stessi”? Oggi possediamo molti più mezzi per custodire la memoria, per diffondere l’esperienza di ciò che è stato, per riflettere su ciò che accade. Il rischio è che nel proliferare di queste opportunità scompaia ciò che è essenziale e che rimane sempre “invisibile agli occhi”.

Gesù sentiva l’imminenza della conversione, il regno di Dio pulsava nelle sue arterie. Oggi migliaia di donne e uomini si chiedono se non sia possibile un modello alternativo alla globalizzazione selvaggia e comprendono che il primo passo è quello di cambiare il proprio stile di vita. Non possiamo sempre dare la colpa agli altri, pur non rinunciando a denunciare l’ingiustizia altrui. Occorre che consideriamo autenticamente la nostra vita e che impariamo a fare i conti umilmente con le nostre indecisioni, con le nostre scelte di campo.

Stanno ritornando, in modo sconcertante modelli di difesa, che trentacinque fa furono considerati obsoleti dagli stessi militari. Chi si ricorda delle lotte contro gli euromissili degli anni ’80? Dove sono le riflessioni teologiche sulla “guerra giusta”, sulla “guerra nucleare” di quegli anni? Eppure hanno impegnato centinaia di serate, discussioni, cortei…

E che dire dei diritti dei lavoratori? Delle lotte degli anni ’70 per salari equi, per la sicurezza sul posto di lavoro: oggi lavorano in stato di schiavitù milioni di bambini e bambine che dovrebbero essere a scuola e non dovremmo scandalizzarci? Non dovremmo denunciare, boicottare i fautori di un simile stato di cose?

Forse ripescando sul fondo di qualche cassetto o di uno scatolone riposto in cantina troveremo qualche vecchio volantino e potremo esclamare con Qohelet: “Nulla di nuovo sotto il sole”. Ma se ci fosse Gesù al nostro fianco prenderebbe quel volantino e, dopo aver cambiato la data, ne ristamperebbe un po’ e scenderebbe un’altra volta in piazza.

Angelo Ciracì

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