3 luglio – 14^ domenica del T.O.

Scritti nei cieli

Dopo questi fatti il Signore designò altri settantadue discepoli e li inviò a due a due avanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi.Diceva loro: «La messe è molta, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone della messe perché mandi operai per la sua messe. Andate: ecco io vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né bisaccia, né sandali e non salutate nessuno lungo la strada. In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché l’operaio è degno della sua mercede. Non passate di casa in casa. Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà messo dinanzi, curate i malati che vi si trovano, e dite loro: Si è avvicinato a voi il regno di Dio. Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle piazze e dite: Anche la polvere della vostra città che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino. Io vi dico che in quel giorno Sòdoma sarà trattata meno duramente di quella città. (…) I settantadue tornarono pieni di gioia dicendo: «Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome». Egli disse: «Io vedevo satana cadere dal cielo come la folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra i serpenti e gli scorpioni e sopra ogni potenza del nemico; nulla vi potrà danneggiare. Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto che i vostri nomi sono scritti nei cieli» (Luca 10, 1-12.17-20).

Dopo i tre loghion che concludevano il cap. 9 sulle condizioni per seguire Gesù, il cap. 10 si apre con un ampio discorso missionario. Gesù designa 72 discepoli e li invia “a due a due avanti a sé in ogni città e luogo in cui stava per recarsi”. Il numero 72 è simbolico; alcuni manoscritti riportano 70, sia qui che al v. 17. Luca fa risalire al tempo dell’esistenza terrena di Gesù l’impulso missionario che sarà proprio degli anni di Paolo e dei seguenti. Infatti, secondo Genesi 10 il numero delle nazioni pagane è 70 nel testo ebraico e 72 in quello greco seguito probabilmente da Luca. In tal modo il mandato di annunciare l’evangelo a tutti i popoli viene fatto risalire a Gesù stesso.

Gesù, a quanto ne sappiamo, non uscì mai dai confini della Palestina; era certo nei suoi intenti una riforma radicale della religione del suo tempo, ma la radicalità stava nel coinvolgimento e nella conversione dei cuori, come nella migliore tradizione profetica. Egli non ha mai pensato di fondare una comunità, tantomeno una chiesa strutturata, non certamente come l’odierna ma, forse, neppure come le prime comunità, testimoniate negli scritti di Paolo o negli Atti.Gesù e il suo gruppo annunciavano l’imminenza del Regno nei villaggi della Galilea e della Giudea. In tal senso avevano “esperienza missionaria”, sapevano predicare. Questo non significava solo conoscenza di tecniche elementari di retorica, persuasione, intrattenimento di una folla: essi incarnavano ciò che andavano dicendo; ed era questo il loro biglietto da visita, la loro credibilità. Tra le righe di questo discorso, intravvedo un insegnamento che ritengo attualissimo: il collegamento tra mezzi e fini. Se annunci la pace non puoi farlo con le armi in mano; se vuoi la giustizia non puoi ottenerla passando attraverso il sopruso: è il rovesciamento del “fine che giustifica i mezzi”; qui sono i mezzi usati che preludono il fine da ottenere, cioè l’instaurazione del Regno di Dio.

Fin dall’esordio Gesù chiarisce che non si tratta di una conquista ma di andare “come agnelli in mezzo ai lupi”. Non è incoscienza, piuttosto la cifra più limpida della nonviolenza evangelica: si è mai visto un agnello che possa nuocere a un lupo? Ebbene così dovranno essere coloro che annunciano il Regno. Ma come? Innanzitutto non avere altra ricchezza che la parola gioiosa che si vuole annunciare. L’intimazione a non portare “né borsa, né bisaccia, né sandali” ha anche il significato della concentrazione su ciò che si sta facendo; ciò è rafforzato dalla richiesta di “non salutare nessuno lungo la strada”. I saluti orientali erano (e sono) “interminabili”, quindi… poco conciliabili con l’urgenza del regno.

A queste prime raccomandazioni ne seguono altre che riguardano il comportamento pratico da tenere nel villaggio. Qui in più punti è contemplata la possibilità di un rifiuto da parte di alcuni o addirittura dell’intero villaggio. Sicuramente qualche volta questo deve essere successo anche a Gesù. Come comportarsi di fronte ad un rifiuto? Certo si possono “mandare tutti a quel paese”… ma, poi, come ci si sente dentro? Occorre, invece, iniziare con uno scambio di pace: “Pace a questa casa. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti tornerà su di voi”. Nulla di perso dunque se si viene rifiutati, semplicemente si riprende ciò che non è stato accettato e lo si ripropone a qualcun altro o altra meglio disposti.

Occorre, oggi come allora, annunciare un messaggio semplice e radicale. Pace con noi stessi e pace nelle relazioni tra fratelli e sorelle non solo della stessa casa, ma della stessa città e del mondo intero. L’annuncio deve anche essere rispettoso dell’altro, dell’altra, senza prevaricazioni. Condividere con chi si incontra la convivialità nel rispetto profondo della diversità e delle strade (tantissime) che portano a Dio.

Che il mondo intero e anche la nostra terra abbia bisogno di pace tutti/e ne siamo convinti. Pace certo è assenza di guerra. Ma è anche e soprattutto amore, giustizia, rispetto, accoglienza, solidarietà, aiuto per chi è meno fortunato/a, condivisione… E’ un crogiuolo di gesti e di relazioni che costruiscono un mondo diverso, un mondo altro, un pezzo di “Regno di Dio” su questa terra. Però questo mondo, questa realtà devono essere costruiti giorno dopo giorno in una quotidianità fatta di fedeltà al Vangelo che dovrebbe durare tutta una vita. Non è così facile essere fedeli, però l’invito è per tutti e tutte. Dobbiamo costruire “la pace” che Dio ci regala nella vita di tutti i giorni: in famiglia, sul lavoro, in politica, nel volontariato, nello sport…

Se si viene accolti nella casa di un villaggio, ci viene detto proseguendo la lettura del testo, conviene restare in quella casa e non peregrinare di qui e di la; forse per evitare di innescare sconvenienti “gare di accoglienza” che distoglierebbero, nei convenevoli, dal compito principale che rimane l’annuncio. Il consiglio di mangiare e bere ciò che viene messo a disposizione è ripetuto due volte, vuol dire non pretendere altro che quello che arriva dalle possibilità di quella persona o di quella famiglia.

Cosa dovevano fare una volta accolti? Cose molto semplici: star vicino (curare) agli ammalati e dire loro che il Regno di Dio è vicino. Anche questa frase sulla vicinanza del Regno è ripetuta due volte, segno dell’importanza che aveva. La seconda volta è detta dopo una sorta di gesto liberatorio: scuotere la polvere della città non accogliente dai piedi perché non resti attaccata. Di fronte ad un rifiuto si può cader preda del rancore, che non fa bene al cuore. E’ meglio scuoterlo subito via e ripetere a quella gente che, anche se non li ha accolti, il Regno è vicino lo stesso: non dipende dai discepoli renderlo più o meno prossimo, esso va avanti “da solo”, anche da un piccolo seme.

Oggi come ieri il nostro mondo ha bisogno di operai/e per il Regno. Dopo 2000 anni il Vangelo è ancora per il nostro mondo una realtà piuttosto “ignorata” e a tratti “sconosciuta”. Ecco l’esigenza di testimoni, di annunciatori/trici: è necessario che uomini e donne, di ogni età e di ogni estrazione culturale si sentano chiamati ad essere “profeti” in un mondo che ha sete di Dio, sorgente pura ed inesauribile, indispensabile per un cammino fatto di piccoli gesti quotidiani di fedeltà al Vangelo.

Nessuno uomo, nessuna donna che cercano di essere oggi cristiani, si devono considerare esclusi da questo invito. La preghiera del v. 2: “Pregate dunque il padrone della messe perché mandi operai per la sua messe” è anche la preghiera di ogni credente. E’ Dio che suscita e sostiene nel cammino ciascuno/a di noi e la preghiera è veramente una medicina corroborante per un viaggio spesso impegnativo ed importante.

La seconda parte del brano, dal v.17 al 20 è invece il racconto dell’esito positivo della missione: un successo…”anche i demoni si sottomettono a noi nel tuo nome”. Gesù cita il Salmo 90 “Tu che abiti al riparo dell’Altissimo…camminerai su aspidi e vipere, calpesterai leoni e draghi, mille cadranno alla tua destra e diecimila al tuo fianco ma nulla ti potrà colpire”. Paradossale che nulla possa colpire degli agnelli in mezzo ai lupi, forse anche un po’ troppo ottimistico.

L’epilogo della vita di Gesù ci mostra il contrario; sapeva anche però che la “forza” dell’annuncio evangelico è in grado di penetrare ove anche le armi più sofisticate non possono se non siamo noi a volerlo: nel nostro cuore. Per questo invita non a rallegrarsi perché si è riusciti a portare a casa la pelle e magari a fare qualche miracolo; forse domani non sarà così, forse la strada sarà più in salita o forse saremo più stanchi. Gesù invita, invece, a gioire perché “i vostri nomi sono scritti nei cieli”: essere nel cuore di Dio è un dono così grande che non possiamo mai ringraziare abbastanza. Siamo, comunque, tra le Sue braccia, “nei Suoi pensieri”, nella Sua speranza… qualunque cosa accada.

L’evangelista narra come Gesù cerca di riportare i discepoli al realismo, ma soprattutto ad un corretto rapporto con Dio che è “Colui che invia”. Il potere ricordato nel brano è la compagnia di Dio, dono grande e unico, vicinanza determinate per ciascuno e ciascuna di noi. E’ un invito a recuperare un nuovo rapporto fatto di preghiera, come già abbiamo visto richiamato nei primi versetti citati, e di fiducia, che è costanza nell’annuncio.

E’ necessario però che i nostri nomi siano anche nei Suoi piani che sono spesso così diversi dai nostri. Noi abbiamo sempre fretta di concludere, vogliamo vedere successi e risultati… Se dipendesse da noi avremmo già trasformato il nostro rapporto con Dio in un “contratto” con tanto di calcolatrice e di libri contabili. Il messaggio invece è molto diverso: “Vivi, vivete in una operosità evangelica fiduciosa”, nella letizia e nella gioia che solo Dio può donare. Essere testimoni gioiosi, con un sorriso che viene dal cuore di chi sa di essere amato da Dio e che cerca di rispondere a questo amore. Dio ci chiede di annunciare “una pace” di fiducia in Lui. Il mondo che ci circonda è pervaso da tristezza, competitività, odio, discriminazioni…. Vogliamo provare ad invertire la rotta? Dipende anche da noi.

Paolo Sales

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