22 maggio – Trinità

Lo spirito della nostra responsabilità

Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve l’annunzierà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà del mio e ve l’annunzierà (Giovanni 16, 12-15).

Siamo nella sezione del Vangelo di Giovanni che raccoglie i “discorsi di addio” di Gesù. Giovanni, in coerenza con il suo progetto teologico, costruisce questi “discorsi” in uno stile che davvero è mille miglia lontano dalla cultura e dal linguaggio del nazareno.

“Un crescente consenso accademico colloca la redazione del vangelo come adesso lo conosciamo nell’ultimo decennio del I secolo (o, al più tardi, nel primo decennio del II secolo). Gli elementi palestinesi di questo vangelo indicano che in principio era un’opera basata sulla testimonianza di un testimone oculare di Gesù, poi rivista ed estesa nel corso del I secolo da mani successive. Ciò che abbiamo ereditato oggi è un pastiche di testimonianze originali e di successive riflessioni teologiche. Le giunzioni del pastiche sono quasi invisibili perché questo vangelo ha ricevuto la sua forma attuale da un redattore abile e raffinato” (THOMAS CAHILL, Desiderio delle colline eterne, Fazi Editore).

Gesù viene sottoposto ad un processo di iconizzazione in un contesto culturale apologetico, polemico, enfatico che nei secoli successivi solleverà Maria di Nazareth dalle colline della Galilea e la insedierà tra le costellazioni celesti come “Madre di Dio” in sostituzione della Diana degli Efesini.Il bagliore celestiale e l’illuminazione del divino non hanno più nulla in comune con gli uomini e le donne del primo movimento di Gesù che, consapevoli delle loro radici ebraiche, si consideravano solo predicatori di un giudaismo realizzato. Se “in Giovanni possiamo individuare la fonte certa delle dottrine esaltate del successivo cristianesimo”, è altrettanto vero che “più i cristiani si spinsero a deificare Gesù, più tesero a ripudiare gli ebrei” (Idem pagg. 229 + 236) con una cultura piena di boria, di esagerazione retorica, di infezione di gloria che tanti danni arrecherà nel corso dei secoli.

Questa cristologia gloriosa prendeva radicalmente congedo dalle origini del movimento di Gesù: “Né Marco, né Matteo, né Paolo, né Luca, nessuno degli apostoli e nessuno dei discepoli che si riunirono attorno a Gesù riteneva che Gesù fosse Dio. Affermare questo sarebbe parsa una bestemmia. La loro fede in Cristo era una forma di giudaismo…Dio aveva fatto risorgere l’uomo Gesù e l’aveva reso Signore…Egli non risorse da sé” (Idem pag. 217).

Ovviamente questo contesto storico, culturale e linguistico va tenuto ben presente per valorizzare adeguatamente il testo giovanneo che oggi leggiamo al di là delle sue fumosità concettuali e linguistiche.

Giovanni vuole trasmettere alla sua comunità degli anni 100 una preziosa consapevolezza: Gesù non è più visibilmente tra noi, ma il soffio di Dio, la Sua presenza amica, rendono possibile proseguire il cammino. Si presentano situazioni nuove sulle quali Gesù non ci ha lasciato indicazioni, ma la forza che viene da Dio renderà possibile affrontarle. Così, con la Sua luce di verità, con la Sua guida sicura noi potremo portare a compimento quella strada che abbiamo iniziato con Gesù. Il seme che il nazareno ha gettato maturerà in noi per l’azione di Dio.

E’ davvero un messaggio decisivo per noi. Di fronte ai problemi di oggi non si possono “estrarre” dal Vangelo formule risolutive, quasi magiche. Siamo noi che, vivendo il nostro tempo e le sue problematiche, dobbiamo “creare” le risposte. Ma non siamo soli: a spingerci verso la verità e l’amore, ad accompagnarci in questa ricerca è lo “spirito di Dio”, cioè la Sua forza, la Sua vicinanza, il Suo calore.

Credo che noi, sul terreno e sulla via dell’amore, siamo creature fragili, contraddittorie, spesso attraversate da tanti “momenti” di egoismo, di narcisismo, di autoreferenzialità. L’amore nelle sue varie vicissitudini è una realtà totalmente umana, vulnerabile, tutt’altro che divina. Semmai, come credenti, riconosciamo che è la forza che viene da Dio che ci guida sui sentieri dell’amore e che esso è un dono di Dio. A differenza di chi sostiene “non Dio è amore, ma l’amore è Dio”, continuo a pensare che Dio è amore e fonte dell’amore e le nostre esperienze possono al più essere un segno di Dio e della Sua bontà.

Ci vuole davvero una ossessione dogmatica per vedere in queste righe un’allusione al dogma della Trinità. Lo Spirito non è altro che Dio stesso che, avendoci tracciato una strada attraverso Gesù di Nazareth, si fa misteriosamente vicino a noi come vento che soffia, come calore che riscalda , come forza che sostiene lungo il viaggio.

Di Spirito Santo e di Spirito di Dio parlano ampiamente le Scritture del Primo Testamento e la letteratura di Qumran (del cui assoluto monoteismo non possiamo dubitare!!). Quindi il riferimento allo Spirito Santo non conduce alla dottrina ufficiale dogmatica di tre persone divine, ma vuole dire che Gesù e il suo cammino stanno necessariamente in rapporto con Dio, che tutta la vita di Gesù è “spiegabile” solo per la forza che Dio gli ha donato.

Il linguaggio trinitario è simbolico. Se noi ci mettiamo sul sentiero di Gesù, siamo sulla strada di Dio da cui l’uomo Gesù di Nazareth è inseparabile. La simbolica trinitaria ci parla di Dio, di Gesù Suo testimone per eccellenza e del soffio (spirito) e della forza con cui Dio ci fa compagnia.

Questa è la promessa suprema di Gesù ai suoi amici e alle sue amiche: se vi mettete su questo sentiero, Dio non vi lascerà soli ora che io che sarò sottratto ai vostri occhi. Riceverete da Dio la forza per compiere il cammino.

La festa della Trinità non è un rimando ad una strana matematica teologica, ma un annuncio radicale: chi vuole diventare discepolo di Gesù non cerchi la forza o l’appoggio se non in Dio, cioè nel Suo Spirito.

“Spirito di Dio” è l’opposto di “spirito del mondo”, fatto di concordati con il potere, di compromessi, di ricchezza, di mondanità.

Con ogni probabilità quando nel concilio del 381 a Costantinopoli si fissarono le formulazioni trinitarie si era molto più vicini a questa concezione dinamica dell’agire di Dio che non alle successive interpretazioni in chiave dogmatica e catechistica.

Luciana Bonadio

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