8 maggio – Ascensione del Signore

Cominciando da Gerusalemme… e da sé

«Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni. E io manderò su di voi quello che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto». Poi li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e fu portato verso il cielo. Ed essi, dopo averlo adorato, tornarono a Gerusalemme con grande gioia; e stavano sempre nel tempio lodando Dio (Luca 24, 46-53).

Molti commentatori descrivono con entusiasmo questo capitolo finale del Vangelo, come “sintesi teologico-kerygmatica delle riflessioni e della predicazione che la prima comunità ha fatto sulla base delle ultime esperienze o incontri con il Signore risorto” (R. Fabris, 1975), da cui hanno ricevuto slancio per la missione universale di annuncio della salvezza donata da Dio al mondo con la morte e la risurrezione di Gesù.

Grande entusiasmo! Bella ricostruzione! Dunque: davvero la salvezza per il mondo viene dalla morte e dalla risurrezione di Gesù? Io non lo credo più, da quando, confrontandomi in comunità, ho “scoperto” che Gesù è stato un grande rabbi e un prezioso profeta, non il figlio unigenito di Dio volontariamente immolatosi per placare l’ira del Padre a causa dei peccati del mondo… e risorto dopo tre giorni.

E allora? Allora, intanto, gli autori dei Vangeli non sono altoparlanti di Dio, ma ci trasmettono la loro particolare interpretazione degli avvenimenti che narrano. Inoltre, credo che valga anche per loro la convinzione, ormai consolidata, che per una lettura più obiettiva dei fatti storici occorra lasciar passare molto tempo.Le emozioni dei testimoni diretti, dei protagonisti e di chi, per ragioni varie, vi è emotivamente coinvolto, possono produrre interpretazioni troppo soggettive, tendenziose, fuorvianti… in perfetta buona fede. Così mi spiego l’entusiasmo dei discepoli di Gesù e delle prime comunità e della teologia paolina. Così posso capire che la catechesi abbia rapidamente presentato Gesù come il Messia-Dio che non resta tra i morti, perchè Dio è il Dio dei viventi…

Chi lo fa durare quaranta giorni (numero altamente simbolico), chi, come Luca, esaurisce tutto in una giornata… E poi Gesù è più grande di Elia: non ha bisogno di un carro di fuoco, ma viene trasportato in cielo “con le sue gambe”… E chissà se ha benedetto i discepoli, come leggiamo al v. 50, tracciando su di loro il segno della croce…

Scherzi a parte, la catechesi di questa pagina conclusiva di Luca sottolinea un altro passaggio, che per me non è più indifferente: dopo che l’incredulità maschile le ha ridotte al silenzio (v. 11), le donne sono uscite di scena. “Testimoni di queste cose” (v. 48) restano “gli undici e i loro compagni” del v. 33: a loro Luca fa affidare da Gesù la missione di annunciare “a tutti i popoli, incominciando da Gerusalemme, la conversione e il perdono dei peccati”, accompagnandola con l’impegno di mandare “a voi ciò che il Padre ha promesso”, cioè “la potenza che viene dall’alto” (v. 49).

Letto così, il messaggio di Luca mi sembra molto chiaro, non permette scivoloni femministi. Ma non è il messaggio di Gesù! La gerarchia maschile non conosce soluzioni di continuità: dalle ceneri del tempio di Gerusalemme e, soprattutto, dalla teologia di Paolo nascerà a poco a poco un’altra chiesa rispetto a quella ebraica, che era la comunità religiosa e di fede di Gesù.

Il regno di David verrà soppiantato dal regno dei papi… tutto sempre all’insegna del dominio maschile, che la cultura patriarcale ha installato da millenni e che tende a perpetuare con raffinate tecniche gattopardesche: sembra che tutto cambi, a volte, ma in realtà nulla cambia di ciò che veramente conta. Come la liturgia in latino: quello che conta è tenere la gente sottomessa e ai margini.

E a benedire questo immutabile dominio patriarcale non si può invocare autorità superiore a quella di Dio. Davvero noi uomini ci siamo fatti un Dio a nostra immagine e somiglianza, così ciò che interessa a noi lo possiamo proclamare come “parola di Dio”… noi, genere maschile dominante e omertoso.

Gesù non c’entra nulla con questa operazione: lui stava in relazione di ascolto e di scambio anche con le donne, non solo con gli uomini. Con le donne ha imparato il rispetto reciproco, la convivialità delle differenze e la tenerezza… Molti dei suoi discepoli, invece, non l’hanno capito e il Vangelo apocrifo di Maria ce ne offre una testimonianza realistica e dura.

Per cui viene quasi spontaneo giustificare Luca e i primi teologi-catechisti: il femminismo e il pensiero della differenza sessuale sono ancora oggi perfetti sconosciuti per la stragrande maggioranza degli uomini… figuriamoci allora! Non potevano pensare diversamente… Non credo a una tale giustificazione, ma non è questo che mi preme approfondire ora.

Piuttosto, è esattamente questa la riflessione da cui sono partito: adesso, oggi, a duemila anni di distanza, possiamo invece rileggere la vita e la predicazione di Gesù con il distacco storico necessario a riconoscere come tali l’entusiasmo e le emozioni di quei primi testimoni, cercando di individuare il messaggio d’amore di Gesù e liberandolo dalle montagne di parole di cui sono fatte le dottrine degli uomini. Ecco perché la pervicacia con cui i gerarchi cattolici insistono a imporre la propria dottrina, camuffandola da parola evangelica, è sempre più scoperta e sempre più persone ne hanno consapevolezza.

C’è, nel versetto 47, quello che mi sembra un messaggio su cui ritengo conveniente meditare con attenzione sempre rinnovata: “Annunciare a tutti i popoli, cominciando da Gerusalemme, la conversione e il perdono dei peccati”.

“Annunciare” non è la stessa cosa di “chiedere ai preti”: parlo del perdono dei peccati. I peccati sono i frutti della nostra fragilità di creature: non dobbiamo chiedere perdono di non essere déi e dee immortali e perfetti/e; dobbiamo riconoscere la nostra creaturalità e vivere serenamente come creature tra creature, come figli e figlie dello stesso Padre, della stessa Madre.

Noi viviamo nel “perdono”, siamo sempre perdonati/e, perché l’Amore che ci ha dato vita sa e accompagna la nostra fragile parzialità: Quello che tocca a noi è fare della “conversione”, del cambiamento dei nostri modi di pensare e delle nostre pratiche di vita, il nostro impegno quotidiano. Così i “peccati” non si solidificano in colpe. E possiamo dare il nostro contributo al regno dell’amore, della giustizia, della convivialità.

“Incominciando da Gerusalemme”… da Roma… da Pinerolo… da casa mia… da me. Perché non si converte una città, ma gli uomini e le donne che la abitano: ciascuna e ciascun “me”. Ma chi predica la “conversione a partire da sè”? Non i gerarchi cattolici, non i preti, non gli uomini che dominano “tutti i popoli”.

Non l’ho mai sentito da loro, non l’ho mai visto praticato da loro… ma dalle donne, che fortunatamente hanno sempre ripreso la parola ogni volta che sono state zittite e rese invisibili dai maschi dominanti, e dai profeti, come Gesù, che con le donne hanno saputo coltivare uno scambio di ascolto e di rispetto.

Allora posso concludere che i maschi dominanti, compresi “i dodici” e i loro sedicenti successori, finora hanno fallito in questa missione, che Luca ha fatto affidare loro da Gesù? Credo proprio di sì, perché l’immobilismo conservatore di chi predica se stesso è il contrario del cambiamento, della conversione.

Credo di sì, perché non vedo “conversione a partire da sé” nei sacri palazzi e nelle loro innumerevoli dependences: politiche, economiche, militari…

Credo di sì, perché l’annuncio del perdono è soprattutto riconoscimento della nostra universale creaturalità, imparando a convivere in cerchio, guardandoci reciprocamente negli occhi e rispettando ogni differenza tra le creature che noi siamo: persone e animali, fiori e stelle, panorami ed emozioni… A partire da sé.

Beppe Pavan

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