1° maggio – 6^ Domenica di Pasqua

La pace si costruisce imparando ad amare

Gli rispose Gesù: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama non osserva le mie parole; la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. Queste cose vi ho detto quando ero ancora tra voi. Ma il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v’insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto. Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. Avete udito che vi ho detto: Vado e tornerò a voi; se mi amaste, vi rallegrereste che io vado dal Padre, perché il Padre è più grande di me. Ve l’ho detto adesso, prima che avvenga, perché quando avverrà, voi crediate (Giovanni 14, 23-29).

Quante volte abbiamo letto e sentito commentare queste parole… e ciò che Gesù dice prima e dopo, nel lungo protrarsi di quell’ultima serata con i suoi amici e le sue amiche più care, che per Giovanni sembra durare quanto tutto il resto del Vangelo!

Gesù ha ancora tante cose da dire, prima di morire, o, meglio, Giovanni ha scelto quel momento di grande pathos per raccogliere e rilanciare il messaggio centrale di Gesù; è un momento in cui il pathos rende discepoli e discepole più attenti/e all’ascolto, come presumibilmente accadeva a uomini e donne della sua comunità. D’altra parte, chi dimentica, per il resto della vita, le parole ascoltate dalla bocca di un morente?

Il messaggio di Gesù e la teologia di Giovanni

L’intreccio è indubbiamente forte, quasi inestricabile, tra il messaggio di Gesù e la teologia di Giovanni. Il messaggio di Gesù è il comandamento nuovo di 13,34: “di amarvi gli uni gli altri; come io ho amato voi, così voi amatevi gli uni gli altri”. La teologia di Giovanni è anche la divinità di Gesù: “Se uno mi ama osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e verremo presso di lui e dimoreremo presso di lui” (14,23)… perché “la parola che ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato” (14,24).Cos’è successo, nella storia del popolo cristiano, che ha così deviato attenzione e cammino? E’ successo che qualcuno, autoproclamatosi Dio in terra, abbia deciso che la fede non sarebbe più consistita nell’osservare la sua parola, bensì nel credere che Gesù è Dio. Ha sciolto quell’intreccio eliminando uno dei due elementi; peccato che sia toccato al messaggio di Gesù.

Dogmi cervellotici hanno sradicato le parole di Gesù dal cuore di uomini e donne. Quale amore reciproco può esserci nelle pratiche persecutorie e omicide delle inquisizioni dottrinarie, comprese quelle contemporanee a danno delle teologhe femministe e dei teologi della liberazione?

Eppure Giovanni, pur elevandolo al rango della suprema divinità, fonda, radica la fede della comunità nella “osservanza” delle parole e delle pratiche di Gesù. Perché Gesù non ha solo spiegato a parole la sua concezione dell’amore reciproco: l’ha praticato, innanzi tutto, ne ha offerto abbondanti esempi a chi gli stava accanto.

Ha amato e si è lasciato amare, ha predicato ed ha ascoltato chi aveva cose da dirgli, ha toccato corpi e si è lasciato toccare, è andato a pranzo da Zaccheo… e, raccontando del samaritano, che “si è fatto prossimo” a chi era caduto vittima dei predoni, ha detto a chi lo interrogava: “Fa’ altrettanto”.

A ogni uomo e a ogni donna accade di aver bisogno di aiuto; siamo gli stessi uomini e le stesse donne a cui Gesù raccomanda di “farsi prossimo” a chi è nel bisogno. Ecco spiegata, con sublime semplicità e chiarezza, la reciprocità: “amatevi gli uni gli altri”. Ma se non viviamo così, come possiamo pretendere di amare Gesù? di essere suoi discepoli e sue discepole? Solo una perversione radicale può farci credere che amare Gesù coincida con l’affermazione “io amo Gesù”. No! “Se uno mi ama osserverà la mia parola”: Gesù non concede scappatoie verbali.

Non per infierire, ma per riflettere… Tutti e tutte abbiamo bisogno di amore, di affetto, di coccole… per vivere, per stare bene. Anche i preti. Ma l’amore deve essere reciproco o non è amore. L’ha detto Gesù. La sessualità predatoria, violenta, abusante, che “si sfoga” su persone deboli e sottomesse perché piccole, fragili, impaurite, non può mai essere contrabbandata per amore, quello fisico, sensuale, vivificante, tra pari, tra adulti liberi di donarsi reciprocamente tutto l’affetto di cui hanno bisogno e fame.

A questa maturità sessuale dobbiamo formarci, educarci… e anche questo non può che essere una pratica vicendevole: gli adulti educano i cuccioli, che a loro volta, quando saranno adulti, educheranno i prossimi cuccioli… Ma se gli uomini non si educano ad un’adultità consapevole e matura, capace di amore vero, cioè rispettoso della reciproca libertà e delle differenze, tra cui fondamentale e delicatissima è quella di età, come possiamo aspettarci che i preti diventino formatori ed educatori dei bambini e delle bambine che vengono loro affidati/e?

Ad amare si impara: non è un dono soprannaturale

Se questa fede, questa modalità di credere, si radicherà nel nostro cuore e nella nostra vita, sarà possibile ricordarci ogni giorno tutto ciò che Gesù ci ha detto (14,26). Nell’immaginario trinitario questa possibilità è opera dello Spirito Santo; nel mio immaginario e nel mio modo di credere è la pratica quotidiana dell’amore che mi insegna ad amare sempre un po’ di più, sempre un po’ meglio.

Amare, con rispetto, cura e reciprocità, è una competenza che si impara, una possibilità umana, non soprannaturale, che possiamo insegnarci a vicenda, con l’esempio e con le parole. Come ha fatto Gesù.

Ma allora… anche noi siamo Dio? Forse, più modestamente, anche Gesù era solo un uomo, uno di noi, uno come noi. Quindi noi possiamo vivere come lui, senza per questo autorizzarci a salire su qualche piedestallo.

Piuttosto, chi ci è salito è bene che faccia un passo indietro e scenda rapidamente – ha già fatto troppi danni! -, per mettersi in condizione di vivere da uomo tra uomini e donne, da creatura tra creature, capaci di ammaestrarci a vicenda nell’arte di amare, aiutandoci ad apprendere quella fondamentale competenza per la vita.

La pace si costruisce imparando ad amare

La reciprocità è possibile solo tra pari e solo tra pari è possibile la pace, quella di cui parla Gesù: “Vi do la mia pace; non ve la do come il mondo la da…” (14,27). Tra chi si crede e si comporta da superiore e chi è costretto/a alla sottomissione non ci può essere pace, ma violenza, ribellione e guerra, in mille forme.

C’è guerra tra i sessi, c’è guerra tra sistemi economici, tra ricchi e poveri, tra inquisitori e inquisiti, tra adulti e bambini/e, tra gli esseri umani e le altre creature che i primi considerano sub-umane, cioè inferiori…

E questa guerra globale, quotidiana, planetaria, ci sta distruggendo, sta portando alla morte l’intero creato. Chi rende impossibile la vita, impedendo l’armonia e la pace tra tutte le creature, se non chi di Gesù ha fatto un idolo dogmatico per non ascoltarne il messaggio “da uomo a uomo”?

E’ chi ha messo se stesso sull’altare, magari brandendo il crocifisso, icona che non ci dice più che quell’uomo è stato ucciso perché praticava e predicava l’amore universale. Altro che sacrificio volontario per la salvezza dell’umanità! Questo è un messaggio deresponsabilizzante, una teologia funzionale al potere… e la storia lo documenta tragicamente.

La pace si costruisce imparando ad amare. Come ci ha insegnato Gesù, non i gerarchi del “mondo”.

Beppe Pavan

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