Dialogo in redazione (dopo la “separazione”…)

Ci siamo proposti/e di fare un “redazionale” un po’ speciale, frutto di uno scambio di riflessioni tra di noi su quello che è successo nella nostra comunità dopo che ne abbiamo celebrato a modo nostro i primi 40 anni. Nell’assemblea di comunità del 23 marzo scorso Franco Barbero, anche a nome di alcune altre persone, ci ha comunicato la decisione di lasciare la nostra comunità per fondarne un’altra. Le motivazioni addotte sono state diverse: la principale è che noi non abbiamo più bisogno di lui, che può così dedicarsi alle sue priorità, che sono in particolare la cura pastorale di chi non ha comunità di riferimento e la formazione di uomini e donne al ministero pastorale. Inoltre ci ha detto che non tutti/e gradiscono convivere con le tensioni che da qualche tempo erano sorte all’interno della comunità. E’ indubbio che negli ultimi anni si sono evidenziati in comunità punti di vista differenti su alcune questioni, ma è altrettanto vero che non ci sono differenze sostanziali sui nostri valori fondamentali: tutti e tutte cerchiamo di vivere il discepolato di Gesù avendo come riferimento centrale lui e il suo evangelo, le sue parole e le sue pratiche – di amore, di solidarietà e di giustizia – che cerchiamo di fare nostre. Vi abbiamo dedicato una riunione della redazione di Viottoli e ciò che segue è la trascrizione fedele di quanto ci siamo detti/e (15 giugno 2014).

Beppe

L’abbandono da parte di alcuni/e, che hanno seguito Franco Barbero nella sua scelta di dar vita ad un’altra comunità di base a Pinerolo, è stato accompagnato da alcune prese di posizione molto forti. La prima la possiamo chiamare “il discorso sull’identità”: dopo il confronto appassionato nelle riunioni del collegamento regionale delle Cdb del Piemonte, è diventato il tema dell’incontro regionale del 23 febbraio scorso. La loro posizione, in sintesi, è: noi siamo una comunità “cristiana”, la nostra identità sta nell’essere cristiani/e, appartenere al cristianesimo. E’ un tema che ritorna periodicamente nella vita delle Cdb e discuterne ci ha sempre aiutati/e ad approfondire e progredire. Non è mai stato – che io mi ricordi – causa di abbandoni.
Io oggi penso che la nostra identità sia soprattutto “essere comunità” e “di base”: l’accento va sulla comunità, è lì che sei di base, dove si sta in cerchio tutti e tutte sullo stesso piano, ci si rispetta, ci si ascolta, si fa ricerca insieme, si cammina insieme…
Se tu punti sul “cristiano”, allora rischi di ritrovarti alle prese con una specie di nuova dottrina: se non la professi come piace a loro, ti fanno sentire fuori, estraneo… In realtà è stato proprio Franco Barbero che ci ha insegnato a parlare al plurale: i cristianesimi. Perchè fin dall’inizio c’è stata una grande varietà di esperienze, le varie comunità erano diverse tra di loro, era Paolo che cercava di elaborare una dottrina… Finché il cristianesimo come “essere seguaci di Gesù il Cristo” è stato soppiantato dal cristianesimo come “religione dell’impero”: hanno cominciato a litigare sulle parole e a convocare concilî per stabilire chi avesse ragione. Chi vinceva mandava al rogo gli altri. Era gestione del potere, che non aveva nulla a che fare con la sequela di Gesù e la fede in Dio.
La nostra identità, per me, è essere comunità di base. Che ci rifacciamo al cristianesimo lo accetto, ma è una parola ambigua, perchè fomenta le divisioni, le guerre, le rotture, perchè c’è sempre qualcuno che dice “il cristianesimo è il mio, è il nostro” e chi non è con noi è fuori, è un’altra cosa. Un po’ quel che è successo nella nostra comunità…
Invece in una comunità di base ognuno/a deve essere libero/a di vivere la propria fede a modo suo. Fare comunità insieme e vivere la sequela di Gesù, studiare il vangelo insieme, cercare di vivere la giustizia, la fraternità, l’amore, la solidarietà, la convivialità delle differenze… questo è fare comunità di base, questo è la nostra identità.
La domanda che mi faccio è: che cosa vuol dire essere seguaci di Gesù? Mi sarebbe piaciuto discutere e approfondire quello che ha detto Franco a Piossasco: adorare Dio come faceva Gesù e fare la giustizia… Per me non significa “copiare” Gesù: era un uomo del suo tempo, un ebreo con il suo immaginario di Dio, la sua cultura, il suo percorso di formazione… Duemila anni dopo abbiamo il diritto e la libertà di pensare anche in modo parzialmente diverso da lui. Essere suoi seguaci non vuol dire obbligatoriamente credere in Dio e pregare come Gesù: le forme della fede sono troppo liberamente personali per costringerle secondo un modello unico. Questo è potere. Essere seguaci è fare la giustizia, è camminare sulla strada del “Regno” praticando l’amore, che è l’unico comandamento che troviamo nel vangelo; ma quello comincia da noi: se ognuno/a a partire da sé, ognuno/a nelle proprie relazioni intime – vita di coppia, coi figli, coi nipoti, con gli amici, con la comunità – non sappiamo praticare la giustizia, ma ne facciamo una questione intellettuale, di adesione intellettuale a delle formule, perché chi ha il potere me le insegna così… allora, quando mi viene detto che la nostra identità è l’essere cristiani/e, allora ho bisogno di approfondire, di chiarire: l’essere cristiani mi spinge ad essere comunità di base, è il mio essere seguace di Gesù che mi porta a stare in una comunità di base. E’ lì che io mi ritrovo, perché sono cristiano come è cristiano/a chi, pur non credendo in Gesù, fa la giustizia e vive la solidarietà; certo che non è cristiano/a in senso tecnico, ma non è lì il problema: il problema è collaborare a costruire il Regno dell’amore, fare quello che posso per andare in questa direzione.
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Carla

Ci sono due elementi che per me sono importanti. Uno è il fatto che io non identifico automaticamente Gesù con il cristianesimo, cioè credo che stare alla sequela di Gesù sia una cosa e dirsi appartenenti al cristianesimo un’altra. Rispetto coloro che hanno questa sicurezza di sentirsi cristiani, ma quello che mi interessa molto (ed è il secondo punto) è vedere quali sono gli elementi che caratterizzano la ricerca che ci porta a dirci discepoli/e di Gesù, alla sequela di Gesù. Se coincidono va benissimo, chi invece non sente necessario doverlo dire è libero di non dirlo, purché ci siano degli elementi in comune riconducibili alla sequela di Gesù.
Allora, quali possono essere, per me, questi elementi? La ricerca, fatta insieme, di maggior coerenza rispetto ai principi di solidarietà, ascolto, rispetto, accoglienza, condivisione… cioè le parole-chiave che abbiamo utilizzato in tutti questi anni.
Sappiamo che è faticoso stare su questa strada ed è per questo che abbiamo anche il bisogno di farlo con altri/e perchè c’è la possibilità di ricevere, dalle parole, dalle vite, dalle pratiche di chi condivide con noi questa ricerca, degli stimoli a essere più coerenti anche noi. Quindi, per me, quello che mi fa sentire importante il percorso in una cdb è proprio l’essere insieme a fratelli e sorelle che, come me, cercano il divino e hanno per riferimento Gesù, oltre ad altri riferimenti… chiunque vuole può avere anche altri riferimenti (es. meditazione buddista…), ma ciò che ci accomuna è Gesù, le pratiche della sua sequela e quello che noi, attraverso la lettura dei vangeli, individuiamo come valori che possono essere praticati affinché il mondo diventi il più possibile il Regno. Lavoriamo in quella direzione, per far sì che ci sia un mondo di relazioni in cui la misura e la regola sia l’amore e non il potere, la ricchezza…
E’ una ricerca che si fa insieme e che anche per me dura da una vita. Prima l’ho fatta in parrocchia, fino ai 20 anni, e poi nella cdb. E’ una ricerca che mi coinvolge e che sento ancora oggi di scegliere di fare. E, secondo me, questo è quello che dovrebbe unificare le persone che sono in questa ricerca. Io, quando penso all’altro pezzo di cdb che nascerà, mi chiedo che cosa c’è di così diverso tra loro e noi per dover fare due cammini separati, litigare, dire anche cose non vere… per avere il monopolio… di cosa? Non vedo una differenza sostanziale. Forse essa sta nella pratica. Per loro forse c’è più il bisogno del senso di appartenenza. Però non vedo la motivazione per una frattura, perchè per me non c’è e secondo me varrebbe forse la pena affrontare una volta anche il tema del potere. Che non è riconoscimento di autorità a una o più persone, ma il potere che si esercita: io decido, faccio… sono sereno e tranquillo e faccio quello che ritengo giusto per me… Certo che ognuno deve fare quello che ritiene giusto per sé, ma deve anche tener conto e ascoltare ed essere rispettoso di quello che pensano e praticano gli altri e le altre, del dolore o del disorientamento che si può causare.
Ancora una cosa: ognuno/a di noi interpreta in prima persona ciò che accade, cioè ha il suo “pezzo” di verità, soggettiva e parziale, ma se si trasmette all’esterno la propria come l’unica vera, allora, per me, c’è un esercizio di potere, che io non riesco proprio ad accettare.
Concludendo: se non riusciamo, in una cdb che da 40 anni condivide il riferimento a Gesù e cerca di stare sulla sua strada, a convivere e a dirci le cose e a cercare insieme le mediazioni necessarie, non so in quale altro posto della nostra vita troveremo mai questa opportunità… dappertutto bisogna mediare, ascoltarsi, rispettare, però qui dovrebbe essere il luogo in cui ci mettiamo in gioco, mettiamo in gioco la nostra esistenza, la nostra vita, la parte più profonda di noi… non solo la pratica professionale, il lavoro, la politica…
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Luciana

Condivido in pieno quello che ha detto Carla e ripenso anche a quello che abbiamo detto martedì nel gruppo biblico. Per me non si pone il problema: seguire Gesù o qualcun altro. Quello che mi interessa è la prassi di Gesù, insieme con altri/altre.
Posso essere dispiaciuta, delusa da alcune/i di noi che non incontrerò più, con le/i quali non mi confronterò più, ma la mia personale angoscia sarebbe perdere un gruppo di fratelli, sorelle e amici con i quali fare questo percorso di sequela, che è l’unico che voglio seguire. La cosa più grave che potrei subire nella mia vita, in assoluto, è non riuscire più a confrontarmi: questa è la mia idea di solitudine. Sicuramente proverei solitudine nel non trovare più persone con le quali fare un percorso di ricerca di fede alla sequela di Gesù.
L’altra cosa che mi veniva in mente è quanto si diceva martedì, nel gruppo biblico, a proposito dei discepoli, a come Marco ci presenta questi “poveracci” che hanno fatto tutto del loro meglio, ma con i loro limiti e difetti: tardi nell’apprendere, ambiziosi, egoisti e molto di più… Imperfetti, certo, ma che non hanno smesso di seguire Gesù: ci hanno provato. A modo loro e fin dove hanno potuto. Non hanno cercato un altro messaggio che desse loro più garanzie, hanno creduto in Gesù.
A me va bene Gesù, mi va bene la sua proposta e mi va bene cercarla. Non ce l’ho confezionata. Se io mi definisco “cristiana”, mi viene in mente qualcosa di confezionato e questa cosa non mi sta più bene. Se nel passato poteva starmi bene o comunque la subivo, adesso, con il percorso che ho fatto, con le persone che ho incontrato, con tutti gli stimoli che ho ricevuto, che abbiamo ricevuto insieme e che ci siamo cercati/e… ecco, io adesso non voglio più la “confezione”, non mi interessa, voglio fare io la mia parte. Condivido in pieno il discorso sul giudizio… Lo schieramento c’è, è umano; ma possiamo aiutarci a ridimensionare questo aspetto umano negativo, se ne parla anche in psicologia: tu fai la tua strada, le cose in cui credi e lascia che gli altri facciano la loro, senza permetterti di metterli “in alto” o in “basso”; è il discorso della persona adulta, equilibrata. Questa è la mia posizione.
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Beppe

La seconda cosa che ci tengo a dire riguarda la tentazione di giudicare. Nessuno/a ne è immune, fatichiamo tutti e tutte a liberarcene, eppure sarebbe una pratica evangelicamente meravigliosa, perchè ci aiuterebbe davvero a convivere con tutte le differenze. Come si può stroncare con un giudizio negativo ciò che pensa e dice una persona, senza tener conto che quello che viene detto o scritto oggi è frutto di un cammino che dura da una vita, è una ricerca personale, fatta in gruppo o in comunità, che da una vita si è confronta con altri gruppi, con altri movimenti, con altre ricerche, con un sacco di libri letti, di riviste, ecc… e tu, con una parola, pretendi di dare un giudizio sulla mia vita? Anche questo mi sembra avere poco di cristiano e di evangelico.
Tutti e tutte noi abbiamo un percorso di vita, individuale e comunitario, che deve essere rispettato, perchè è quello che ci spiega perchè oggi diciamo queste cose o scriviamo queste cose. Personalmente, sono cinquant’anni che ci lavoro su, cambiando e ricambiando, ripensando, rileggendo, ecc. Se avessimo fatto questa ricerca insieme probabilmente ci saremmo resi conto di questo cammino e avremmo imparato a rispettare il cammino degli altri.
Questo cammino, che per un po’ di anni abbiamo fatto insieme, a un certo punto si è divaricato. Alcuni e alcune siamo andati/e avanti, intrecciando le nostre ricerche di fede, bibliche, di comunità, con il femminismo, con le teologie femministe, con le loro ricadute autorevoli sul cambiamento del maschile, che ci ha coinvolti definitivamente quando l’abbiamo sentito come “conversione di vita” a cui ci chiamano Gesù e il suo Vangelo. Poco per volta questo ci ha portati/e in una direzione che qualcuno, che non ha fatto quel percorso, continua a non condividere. E’ più che legittimo. Però non autorizza a giudicare in quel modo. Prendiamo atto che ci sono strade e percorsi diversi, che dobbiamo rispettare; non è possibile, in una comunità cristiana, giudicare in quel modo. Dico queste cose perchè credo che siano nodi centrali in quello che ci sta succedendo, non per fare polemica… Quell’abbandono mi sembra un giudizio definitivo.
Vorrei che ragionassimo su queste cose, invece che sull’identità cristiana. A Piossasco c’erano degli spunti utili nelle relazioni di Carla e di Cecilia, su cui si poteva lavorare, ma non c’è stato spazio per un vero dibattito. Vorrei che, per approfondire, organizzassimo una seconda puntata, dedicandovi una giornata intera; lo proporrò alla prossima riunione regionale di collegamento.
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Domenico

Per me la separazione, la divisione, la vedo un po’ come una fuga; più che una fuga, un abbandono… come una difficoltà ad accettare il dialogo e ad accettare che ci sono delle cose che si possono probabilmente rivedere. Si fa prima a staccarsi, così non c’è un confronto diretto e non ci si mette tanto in discussione. La vedo in questi termini.
Ho sentito prima da voi delle cose molto belle, molto condivisibili, che non sarei capace a riferire, a dire io. Per me, parlando di identità, va bene dirmi cristiano, va bene chiamarmi cristiano, perché io dicendo “cristiano” intendo la figura di Gesù con tutto quello che ci sta attorno e, quindi, la ricerca di una coerenza con quello che propone. La mia paura è che si vada troppo nello specifico, con il rischio che ci sia molta gente che lo vede come un livello troppo alto di discussione e che si tiri fuori. Ecco, questo lo vedo come rischio; già mia moglie Antonella fa fatica, eppure lei è da anni che frequenta la comunità e sente tutte le cose… eppure lei su queste cose fa ancora fatica: “no, no per carità, non verrei mai a un vostro gruppo biblico, perché dite delle cose che a volte sono fuori dalla mia portata”. Questo discorso mi fa venire in mente la difficoltà che può avere qualche persona che è meno abituata a leggere queste cose. Un esempio: una donna della Cdb mi ha detto di Viottoli: “Io continuo a prendere Viottoli perché so comunque come è fatto, conosco le persone… però io ne leggo pochissimo, perché talvolta non lo capisco. Mi interessano poco le cose che sono scritte, oppure le capisco solo fino a un certo punto”. C’è anche gente che la pensa così e probabilmente ce n’è di più di quello che forse riusciamo a percepire.
Però ritengo importante che noi cerchiamo innanzitutto il discorso comunitario, perché siamo comunità cristiana di base, proprio comunità di base, che è nata con dei presupposti per differenziarsi, non per contrapporsi alla comunità ecclesiale delle parrocchie, che mantengono le loro prerogative.
Avete detto delle cose che sono assolutamente belle e importanti. La questione del giudizio, poi; uno, probabilmente, in certe situazioni non può fare a meno inconsciamente di giudicare, ma bisogna che riconosca che è un suo giudizio e che quindi va in qualche modo visto come tale. Un giudizio è l’ultima cosa da dare, se non è, come facciamo noi al gruppo uomini, richiesto. Se io te lo richiedo è perché ho piacere di scambiare con te un’impressione rispetto a questo, ma, se non te lo chiedo, tu accetta quello che ho detto e metti il tuo racconto vicino al mio. Come abbiamo sempre cercato di fare quando si parlava della chiesa tradizionale, che ha visto spesso con diffidenza l’esperienza delle comunità di base: noi chiediamo semplicemente di non cercare di prevalere su nessuno, ma di comunicare e scambiare riflessioni, approfondimenti… poi ognuno sceglie, valuta e decide.
Luisa
Io mi sono chiesta, è da un po’ che mi chiedo: ma perché questa cosa, questa necessità di definirsi cristiano, di definire quali sono i veri seguaci di Gesù, chi veramente crede in Dio… e quale Dio? Vogliamo imporre dei nuovi dogmi? Anni fa non c’era questa preoccupazione, perlomeno io non la percepivo, non l’avevo mai percepita, perché forse si davano per scontate tante cose ed era più importante la vita comunitaria.
Sono d’accordo con Carla quando dice che dietro c’è una questione di potere. Quest’ansia di definirsi, di definire chi è nel giusto, è un problema di potere. Io distinguerei due aspetti circa il definirsi cristiano. Anche per me dirmi cristiana non mi pone dei grossi problemi, definisce la sequela di Gesù, è un discorso più chiaro. Anche se poi di fatto difficilmente vado in giro a dire “io sono cristiana”… A meno che si tratti di un dialogo con persone di altre religioni: in quel caso come posso definirmi diversamente? C’è proprio anche il discorso della chiarezza, di spiegarsi con gli altri/e, di farsi capire dagli altri/e.
Poi c’è il mio sentire, il mio modo di vivere: certo, ciò che conta è essere alla sequela di Gesù, cercare di esserlo veramente.
E poi anche avere una comunità, pregare insieme, riflettere insieme per me è importantissimo. Ne ho sentito la mancanza; un po’ meno ora, perché venite a casa mia, però in questi anni, quando non ho potuto partecipare alla vita comunitaria , tutto questo mi mancava. Vi dirò… forse è una banalità, però, quando ero ricoverata in ospedale, il sabato è passato il prete che ha chiesto se volevo ricevere la comunione alla domenica; io ho risposto di sì: l’ho fatto per sentirmi in comunione con voi, con la comunità, mi mancavate. Per sentirmi in comunione, perché a me manca la vita di comunità e quindi tutta questa necessità di definizione mi lascia un po’ perplessa, anche se poi concordo con Dome che bisogna essere chiari verso gli altri, verso chi forse non ha fatto questo percorso e secondo me è giusto che anche come comunità di base, comunità cristiana di base di Pinerolo, si mantenga il “cristiana” per non dare adito a confusioni, per non essere strumentalizzati.
Nello stesso tempo concordo con il fatto che non è poi così importante definirsi cristiani; è più importante come ci sentiamo, come ci comportiamo, come viviamo. E poi il bisogno di dichiarare la propria identità ad ogni costo a me dà un po’ da pensare, anche se non posso rinnegare le mie origini, le mie esperienze, perché c’è comunque tutta una vita dietro.
Luciana
Aggiungo solo una cosa che mi sono dimenticata a proposito dell’identità. Non so dove l’ho sentito, forse a “Pane quotidiano” in televisione, non importa; c’era un tizio che ha detto: “la nostra identità è definita dalle nostre azioni”. E io mi ci ritrovo perfettamente, cioè non è una questione ideologica, non voglio che sia una definizione ideologica, è proprio come viviamo. Lo ripeto: non so chi l’ha detto, ma è esattamente quello che io voglio affermare quando dico che non mi interessa puntare su questo aspetto qui.
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Angelo

Il mio cammino rispetto al vostro è più breve… Una cosa che mi ha fatto male e che poi si è concretizzata con questa cosa che ha fatto Franco, con la divisione, è che lui aveva detto, a Piossasco, un concetto che aveva ribadito anche altre volte: nel momento in cui nella comunità c’è una divisione nel cammino o cambia il modo di pensare, nel momento in cui si verifica questo, io non vengo più, non mi ritrovo più; e infatti è successa questa divisione. La ricollego a un episodio accaduto questa estate: c’era un prete a cui io avevo accennato un po’ alla faccenda dell’accoglienza, della condivisione, e lui diceva che c’è il rischio di ricondurre la religione a un comportamento etico, in cui tutti si rispettano, però senza quel quid della spiritualità, quel bonus che ti porta a riconoscere questa spiritualità in Dio, la fede in un Essere superiore che ti conduce a un comportamento eticamente corretto. Prima di tutto vuol dire che tu non mi riconosci dignità, mi credi inferiore? Vedo in questo un atteggiamento da chi sta in cattedra, da chi ti guarda dall’alto in basso. E questo mi ha ferito, mi ha fatto pensare: allora io sono il figlio della serva? Era solo questa piccola riflessione che volevo fare.
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Memo

Mi ritrovo con quello che avete detto, in particolare per alcuni pensieri.
Ieri sera pensavo agli anni ’60 e alla storia delle Comunità Cristiane di Base. Mi ricordavo quando, ventenne, leggevo sui giornali che con la nuova frontiera, il “new deal” – Kruscev, Papa Giovanni… prima c’era stato Martin Luther King – c’erano delle speranze; ecco: avevo vent’anni e credevo in un mondo diverso, nella possibilità di cambiare … sognavo, per dirla con parole di oggi, cieli nuovi e terre nuove…
Poi ricordo bene quando anni dopo nacque la Cdb dell’Isolotto… lo scontro fra Mazzi e il cardinale.., Marco Bisceglie, Ravello… il Vandalino di Torino, Oregina a Genova con Zerbinati… San Paolo a Roma, Pinerolo… nomi di persone e realtà che io non conoscevo, ma che avevo imparato a conoscere attraverso i giornali, allora se ne parlava; e vedevo, in questi tentativi, delle speranze di cambiamento… Allora i riferimenti erano ancora vicini alla chiesa romana, c’era stato il Vaticano II, speravo che la Chiesa tutta, in particolare la chiesa gerarchica operasse quel rinnovamento aperto con il concilio… Poi è arrivata l’esperienza della Comunità di Pinerolo: per me sono trentasei-trentasette anni di comunità. Pensavo proprio a questo: provare ad azzerare (forse esagero) tutto… circa duemila anni di sovrastrutture che gli uomini, più che le donne (le donne, infatti, hanno potuto fare poco in questo, perché gli uomini non hanno dato loro spazio), hanno messo nel messaggio di Gesù, nel messaggio evangelico. A parte le strutture della chiesa, pensiamo alla terribile inquisizione, che ha mandato all’altro mondo molta gente, soprattutto molte donne…. provare per un attimo ad azzerare tutte queste cose qui e tentare di tornare alle origini. E le origini, quali erano? In questo momento non ricordo il passo degli Atti in cui si dice che “vivevano in armonia, mettevano in comunione i loro beni etc. etc…”: ecco, questo per me è il messaggio e la proposta di una esperienza. Per cui in quest’ottica il termine “cristiano” credo che sia bene, tutto sommato, lasciarlo. Perché? Perché, se fosse omesso o se usassimo un altro termine, rischieremmo probabilmente di non farci capire dalla gente, dalle persone.
Poi mi piace un’altra affermazione. Hai ragione, Carla: dirci cristiani vuol dire appartenere, seguire una proposta, la strada di Gesù… per cui nell’accezione mia il termine “cristiano” va in questa direzione. Altro discorso, anche se Luisa mi ha già un po’ preceduto: io credo che la prima cosa, l’elemento vivificante, sia la sequela del profeta di Nazareth, di Gesù. Poi, l’immaginario di Dio è una realtà, a mio avviso, personale, giustamente personale, e come tale può anche non essere condiviso, nulla lo vieta, ma il messaggio evangelico – chiamiamolo come vogliamo -, è amore, condivisione, accoglienza… se non la facciamo fra di noi è meglio fare altro nella vita… Poi però qualche volta mettiamo avanti una teologia. Se fossero “teologie” mi andrebbe anche bene… Ma “una” teologia, la teologia che piace a noi!… poi ci aggiungiamo altre cose, i ministeri o, meglio, il ministero oppure altro…
Se io parlo di “una” teologia, facilmente arrivo all’ortodossia, e poi arriva tutto il resto… non dico la scomunica, però si arriva a dire: non possiamo più stare assieme! E questa per me è la cosa da evitare. Quando, invece, al centro c’è il messaggio evangelico, le cose vanno diversamente e questa è una realtà in cui mi trovo e mi fa stare bene. Com’è stato un regalo importante, per me, tornare a partecipare alle eucarestie e al gruppo biblico, dopo che, per un po’ di tempo a causa di forza maggiore, ho frequentato saltuariamente la comunità.
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Paolo

Vorrei partire da cosa è per me la comunità di base di Pinerolo, da come l’ho vissuta, bene o male, e dal perché in questi ultimi 4 anni, con sofferenza, ho deciso di non partecipare più… Parto anch’io dalla parola “cristiano”.
Sono importanti, sicuramente, sia il termine “comunità” che “di base” che l’insieme “comunità di base”; dal mio punto di vista personale, anche rivedendo un po’ quello che mi avete detto negli anni, mi avete insegnato, mi avete suggerito, con cui mi avete accompagnato fin da quando avevo tre anni e mi nascondevo in braccio a papà o mamma durante gli incontri di catechesi del sabato…
Quando penso alla parola “cristiano”, per me il significato non è quello comune di identificazione/sovrapposizione con il cattolicesimo (romano)… tanto che quando, in merito alla destinazione dell’8×1000, si parla della Chiesa Valdese, spesso senti dire… “ah! alla religione valdese, che non è cristiana, possiamo dare i soldi dell’8 x mille”…
Quando io parlo di cristianesimo lo intendo come un riferimento alla sequela di Gesù di Nazareth e al cammino, ai percorsi degli uomini e delle donne che erano con Gesù e che subito dopo la sua morte si sono messi insieme, anche per farsi forza, e hanno dato vita alle prime comunità domestiche, addirittura prima, cioè, che Saulo di Tarso facesse “la frittata”, tentando di porre le basi per quelli che saranno i primi tentativi di istituzionalizzazione, di creazione di una chiesa contro la chiesa di Gerusalemme di Giacomo. Senza dimenticare che il “povero” Saulo, di formazione greca, faceva quello che poteva, anche lui, come tutti/e, figlio del suo tempo…
A parte questa parentesi, per me le parole “cristiana”, “comunità” e “di base” sono tre termini interdipendenti, che vanno tenuti insieme, anche nella libertà di ognuno e di ognuna di dare più valore a una delle tre. Però è ovvio che, senza la parola “comunità”, le altre due, sempre relativamente al nostro cammino, non significano nulla: possiamo essere cristiani di base quanto vogliamo, come sono molti gruppi, ma quello che ci caratterizza, anche come movimento nazionale, è il fare comunità, lo stare insieme, il condividere…
Detto questo, la parola “cristiano” io la intendo come “amici ed amiche di Gesù”, uomini e donne alla sua sequela che nella loro umanità hanno cercato e cercano ogni giorno di metterne in pratica gli insegnamenti, secondo la volontà di Dio… ovviamente avendo ben presente che Gesù cristiano non era e non avrebbe mai immaginato che l’interpretazione dogmatica delle sue parole avrebbe potuto creare lo sfacelo di questi duemila anni…
Noi oggi viviamo un tempo segnato da una richiesta esterna molto forte di caratterizzazione e di identità… perché c’è, io la vedo anche tutti i giorni a scuola, questa cosa; c’è una richiesta da parte della società, delle altre persone in tutti gli ambiti, lavorativo, scolastico, sociale, del volontariato, religioso: “Tu chi sei? Come ti identifichi? Sei con me o contro di me? Etero, omo, trans…? Sei bianco o nero, giallo o…?”. Quindi il “problema” dell’identità, se c’è, penso possa anche essere affrontato, con la dovuta attenzione e tranquillità… però, per quanto mi riguarda, mi troverei a disagio se una delle tre parole, per qualche motivo, venisse o considerata “di meno” o omessa. Tra tutte le parole della nostra storia e del nostro percorso, purtroppo, la parola identità ultimamente temo sia stata utilizzata non per unire, ma per dividere. E’ anche pur vero – mi auguro di non dire stupidaggini – che c’è scritto da qualche parte: quando non riuscite più a stare insieme, non continuate a farvi del male, ma dividetevi, se il litigare provoca sofferenza; poi magari vi ritroverete…
Ritengo inoltre che questo discorso sia importante anche “verso l’esterno”, perché è vero che qualcuno potrebbe dire: “ah… cristiani… voi siete cattolici allora… siete come gli altri…”, ma la nostra risposta potrebbe essere: “un attimo… sai cosa vogliono dire queste parole? Vieni una volta che ne parliamo, ci conosciamo, ci confrontiamo”; senza voler fare proseliti, ovviamente… Ad esempio, partecipando da alcuni anni a riunioni di realtà totalmente scevre – almeno in teoria – da una matrice di fede o confessionale, come il Coordinamento Torino Pride e come la stessa Consulta per la laicità delle Istituzioni, associarci alle parole “Comunità Cristiana” e poi “di base” in questi anni è servito… Cioè, se noi non fossimo stati “Comunità Cristiana di Base”, probabilmente la Consulta non ci avrebbe mai contattati, perchè, dal loro punto di vista, gli interessava conoscere questa nostra realtà…
Ricordate quando al Gay Pride, non ricordo se a Milano o Padova, ci hanno messi in fondo al corteo ed in un altro posto non volevano lasciarci sfilare perché avevamo la scritta “cristiana”? La parola “cristiana” suscita di sicuro – anche giustamente, perché comunque in nome del cristianesimo di nefandezze ne sono state fatte – un’emozione, un sentimento spesso negativo… però poi, in realtà, parlando e spiegando abbiamo anche ricevuto applausi, se vi ricordate…
Mi interessava dunque parlare un po’ di cosa rappresentano per me le tre parole e di come bene o male le ho vissute io per “colpa” vostra in questi oltre trent’anni. E’ a voi che comunque io, come tutti i figli e le figlie della Comunità che poi, per varie vicende, hanno scelto altre strade, dobbiamo dire grazie per essere stati formati in questo modo, nel bene o nel male… Siete voi che avete prodotto questo…
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Luisa

Suona strano questo fatto che ci troviamo a dover discutere se chiamarci “Comunità di Base” o “Comunità Cristiana di Base” e non vivere la vita di comunità; è questa cosa che mi disturba… Io ho sempre vissuto la comunità come un posto molto aperto, dove tutti e tutte avevano cittadinanza, dall’ateo alla persona non credente a tutti i tipi di persone che sono arrivate in comunità e a cui mai si è chiesto la patente… mai. Adesso dico: ma allora c’è qualcosa che non funziona…
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Memo

Ricordo le parole di **, quando ha detto: “Io ho ricevuto molto da voi e… non capisco perché Franco voglia dividersi”. A parte il “non capisco”, mi ha colpito “io ho ricevuto molto da voi”, da tutta la comunità, nessuno escluso. “Grazie a voi in tre anni la mia visione del cristianesimo è cambiata totalmente”: mi ha colpito questa frase. Io non ho percepito questo cambiamento nel mio comportamento e nella vita della comunità, eppure per chi ci incontra la nostra esperienza, la nostra proposta può essere una cosa importante, senza nostro merito. Ma allora, forse, quel poco che abbiamo fatto in questi anni è servito, è stato utile… anche perché tutti e tutte in questi anni abbiamo accolto persone e gruppi in comunità e offrendo spesso ospitalità nelle nostre case…
Ed ora, con la separazione, rischiamo di distruggere quello che tutti e tutte abbiamo costruito, creando sofferenze e difficoltà o abbandoni da parte di chi non si sente di accettare queste scelte…
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Paolo

Fare la giustizia è cosa ben più difficile che pregare “come ci ha insegnato Gesù”, o meglio come quanto è stato codificato nei Vangeli canonici… pregare è quello che dice il papa tutte le domeniche, che si fa la domenica in tutte le chiese cattoliche… pregare come Gesù è quello che fa la chiesa cattolica, e noi non siamo la chiesa cattolica. Il vero “problema” è praticare la giustizia.
Da quello che ho sentito da voi rispetto allo scorso incontro regionale delle comunità di base piemontesi, mi pare che sia in corso un “tornare indietro” su questo tema rispetto a quanto detto e scritto addirittura 15–20 anni fa. Torniamo a prendere in mano i “nostri” libri: se ricordo si dicevano cose ben diverse sull’importanza e sulle difficoltà evidenti, e a volte quasi insormontabili, di praticare “veramente” la giustizia così come ci ha insegnato Gesù e gli uomini e le donne venuti prima di lui, di cui abbiamo testimonianza nelle Scritture.
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Memo

Nella Scrittura (ho imparato in comunità ad usare il metodo storico-critico) si legge che anche Gesù pregava come era capace, da buon ebreo. Il termine “pregare” mi va bene, io posso pregare in tanti modi, è una pratica personale e anche comunitaria: l’eucarestia per me è un momento di preghiera, quando spezziamo il pane, quando ci diamo la mano… però occorre che non sia solo una bella abitudine, sia qualche cosa che mi prende il cuore, mi sostiene sulla strada indicata da Gesù e mi fa stare bene in comunità.

La redazione
(da Viottoli n.1/2014)

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