Vita di Comunità…

L’invito, da parte di Marcello Vigli a raccontare contenuti ed esiti dell’assemblea della comunità cristiana di base di Pinerolo di domenica 3 giugno scorso ci è parso uno stimolo prezioso, da accogliere con attenzione e riconoscenza. Sappiamo bene quanto sia difficile parlare apertamente di queste questioni e, soprattutto, raccontare un conflitto, perché l’illustrazione di una posizione rischia di venir letta in chiave polemica da chi appoggia l’altra o le altre, addossandosi reciprocamente la responsabilità di eventuali fratture. “Tra voi non sia così”, ci dice Gesù: se è vero che “la verità vi farà liberi” (Gv 8,32), allora è solo parlandoci con sincerità che riusciremo a gestire bene il conflitto e ad uscirne “in avanti”. Ne abbiamo avuto un esempio proprio nell’assemblea, quando finalmente siamo entrati/e nel merito di alcune questioni “calde”, con rispetto e sincerità, “resistendoci in faccia”, come fece Paolo di fronte a Pietro… quella volta a Gerusalemme. E le questioni sono apparse più chiare. Ne riprendiamo i termini con parole nostre, consapevoli della loro e nostra parzialità, nell’intento di condividere, con chi ci legge e ci accompagna, pensieri e parole intorno a pratiche comuni. (25 luglio 2012)

Teologia/teologie

Crediamo che sia importante partire da qui, perché è la base, secondo noi, per capire poi meglio anche le altre questioni, che spesso vengono elencate sotto il titolo di “differenza teologica tra noi”. Ebbene – lo ribadiamo con forza e serenità – ci sembra sconcertante che differenze di pensiero possano giustificare rotture, all’interno della stessa comunità, tra fratelli e sorelle che da quarant’anni camminano insieme sui viottoli della ricerca e delle pratiche di vita improntate alla condivisione. Soltanto la convinzione che ci sia “UNA teologia” con cui bisogna stare in relazione di ortodossia può provocare la scelta di non mischiare più i propri passi con quelli di chi ha scelto di pensare con la propria testa. Ci sembra ovvio che, essendo pensiero umano intorno al divino, al trascendentale, al soprannaturale, allo spirituale… ogni uomo e ogni donna coltivi la propria personale visione teologica.

Noi crediamo, aiutati/e in questo anche dal pensiero femminista della differenza, che la parzialità individuale e di genere di ogni uomo e di ogni donna ci porti a riconoscere la legittimità di tutte “le teologie” incarnate da ciascuno e ciascuna. Il pensiero teologico non può essere appannaggio solamente di chi appartiene a una delle diverse scuole o che ha potuto studiare e studia teologia e ne diventa “esperto/a” riconosciuto/a, ma è pratica possibile a ogni persona che pensa.

In una comunità c’è certamente chi ha studiato e si è appassionato alla teologia più di ogni altro/a, ma in una comunità “di base” questi diversi carismi devono imparare a convivere in cerchio, senza giustificare gerarchie, deleghe e prese di distanza. Se le parole non sono vane, la convivialità di tutte le differenze dovrebbe diventare davvero una pratica di confronto e di scambio tra pari, in cui le competenze di uno o di pochi diventano ricchezza e stimolo per tutti e tutte.

Pastorale individuale/pastorale collettiva

E’ storicamente vero – e, forse, non poteva essere diversamente – che la maggior parte delle CdB sono nate per iniziativa o intorno a un prete particolarmente carismatico, che aveva fatto proprie le istanze conciliari intorno alla Chiesa-popolo di Dio, non più gerarchicamente ordinata in “docente e discente”. Ed è storicamente assodato che dove, poi, la figura del prete-pastore-animatore è rimasta indispensabile, le comunità sono morte quando il prete se n’è andato, è stato trasferito o è deceduto.

Di fronte a questa evidenza le riflessioni nella nostra comunità di base sono diversificate: c’è chi ne deduce che le comunità, per vivere e durare nel tempo, non possono fare a meno del prete/presbitero; e chi, come noi, condivide con convinzione il progetto iniziale della “riappropriazione comunitaria” della Parola e dei sacramenti (si veda il libro Massa e Meriba del 1980 !!!): il prete/presbitero dovrebbe dunque essere un vero animatore/formatore/facilitatore, capace di stimolare la crescita comune nello studio biblico, nella vita di fede e di preghiera, nell’incarnazione della fede nella società con i suoi problemi. La comunità dovrebbe, detto altrimenti, imparare nel tempo a praticare collettivamente la “pastorale” che la formazione seminariale ha perpetuato come individuale compito dei chierici. Che non sia facile e faccia tremare i polsi a chi ci pensa è scontato, persino ovvio; non lo è il fatto che non se ne parli in una comunità di base.

Il prete/presbitero che fa parte di una comunità è, ovviamente, libero di accogliere inviti da chi, individuo, gruppo, altra realtà di base o no…., ha “bisogno di lui” e lo cerca, per camminare e crescere, ma dovrebbe anche continuare a partecipare alla “vita attiva” della comunità, con l’obiettivo di crescere insieme e per testimoniare che la Chiesa-popolo di Dio può evolvere dalla condizione di gregge con pastore: questa immagine biblica è, appunto, solo un’immagine; non facciamone un dogma.

La comunità vive di persone con desideri diversi, non necessariamente in competizione tra loro: quando questi desideri vengono nominati, compito dell’animatore/a dovrebbe essere quello di accoglierli e metterli sul tavolo dell’assemblea, per valutare insieme le modalità per realizzarli. Anche se non combaciano con le sue personali priorità. Solo un’attenzione collettiva e veramente reciproca aiuta a prendersene cura, senza escluderne alcuno/a.

Neppure il più illuminato dei preti/presbiteri può essere, da solo, capace di tanto. Pensiamo, per di più, alla irriducibilità della differenza tra uomini e donne e alla conseguente impossibilità, per un uomo, di rappresentare, nei propri pensieri, nelle proprie parole e nelle proprie pratiche, le elaborazioni delle donne dei gruppi donne delle CdB e delle teologhe femministe, per restare in questo ambito. Non basta leggere i loro testi: bisogna lasciarsi contaminare dai loro pensieri e allora, a poco a poco, impareremo a fare ricerca insieme, uomini e donne, ricavandone orizzonti nuovi e mettendoci in cammino su strade inesplorate.

In questa forma di essere comunità c’è spazio, ovviamente, per ogni carisma individuale: a cominciare dall’ “autorità” di coloro che sanno svolgere compiti importanti, come l’accoglienza di persone che cercano aiuto, lo studio biblico, l’animazione dei gruppi e della celebrazione eucaristica, l’organizzazione e la gestione coordinata delle varie iniziative, l’amministrazione (delle incombenze “più materiali”) ecc… Non tutti/e ne siamo capaci, anche perché, forse, non vi ci cimentiamo molto. Eppure tutti e tutte siamo capaci di amicizia, di ascolto di gestione dei conflitti… dovremmo cominciare a parlarne, tutte e tutti insieme: così potrebbe nascere e crescere un’esperienza di pastorale veramente comunitaria.

Comunità di base e chiesa di base

Il “problema” nasce quando l’autorità sconfina nel potere: questo rischio è stato evidenziato da molti interventi nell’assemblea del 3 giugno. Ci fa problema che altre e altri non possano camminare e crescere con noi in comunità perché fanno riferimento al prete che, oltretutto, “non invita più nessuno/a”, tantomeno chi lo contatta, a partecipare alle attività della comunità di base di Pinerolo.

La sua scelta di dedicarsi a quella che chiama la “chiesa di base”, fatta non solo dalle CdB – che ritiene destinate all’estinzione – ma anche da gruppi e comunità parrocchiali, parrocchie “aperte”, gruppi scout, comunità nascenti, altre chiese, ecc… è motivata dall’esigenza di prendersi cura di chi ancora “cerca il prete, ha bisogno del prete”. La chiesa di base è, dunque, secondo questa visione, quella in cui c’è ancora il ministero pastorale. E’ la “teologia della riforma”, per la quale non importa che prete o pastore sia un uomo o una donna, ma che sia riconosciuto/a in quel ruolo dalla comunità. Suo compito è anche, di conseguenza, quello di aiutare altri preti e altri pastori evangelici a fare la scelta per “la base”.

Abbiamo descritto a modo nostro quello che abbiamo capito di questa sua visione della “chiesa di base”, perché ci sembra un nodo importante. E desideriamo esprimere le nostre riflessioni nel merito, assolutamente non per polemica, ma per cogliere ogni occasione per dialogare. Dopo quarant’anni di vita la CdB di Pinerolo non ci sembra arrivata al capolinea, ma sentiamo di avere ancora strada da fare, di non doverci fermare qui e ritornare in parrocchia…, mantenendo sempre vivo e costruttivo il dialogo e il confronto con tutte le realtà, anche quelle della “chiesa di base”, che secondo alcuni di noi possono anche esistere senza necessariamente la presenza di un prete/pastore/presbitero.
Intanto non riusciamo a capire perché questa scelta personale abbia comportato un’automatica divaricazione rispetto all’impegno in comunità di base; inoltre questo è avvenuto senza alcuna discussione o confronto.

Ci sembra, poi, una scelta in linea con quella concezione “individuale” del compito pastorale di cui dicevamo sopra. E, inoltre, resta coerente con l’organizzazione gerarchica della chiesa non “di base”, in cui la formazione dei preti e dei pastori avviene ai piani alti (o, comunque, “fra di loro”), perpetuando tendenzialmente la separazione tra pastori e gregge, tra docenti e discepoli. Non possiamo delegare a loro anche il compito di pensare a come superare questa separazione: o lo si pensa insieme, nelle comunità, sia in quelle di base che in quelle parrocchiali di ogni denominazione, o resterà una chimera.

Siamo consapevoli di raccontare un sogno… ma è un sogno al quale crediamo e cerchiamo di realizzarlo con le nostre pratiche comunitarie e con le parole con cui cerchiamo di interloquire con chi ha cominciato a camminare con noi e poi ha inopinatamente cambiato strada.

CdB e Viottoli

Anche l’esperienza di Viottoli è testimone di questo conflitto. Prima è nata la rivista, per dare voce a tutte le persone della nostra comunità di base, alle loro riflessioni, alle loro preghiere, ai loro commenti biblici… poi però questa è diventata, secondo alcuni, solo “una delle voci” della cdb…. – come se in queste pagine non fosse più garantito il massimo pluralismo e la presenza di voci anche dialogicamente in “opposizione” fra di loro e la redazione volesse “dettare una linea” – tanto che questi, prima autori di articoli, hanno ritenuto di dover precisare che con essa nulla avevano più a che fare…

Anche l’omonima associazione culturale, nata nel 1998 inizialmente per gestire la rivista e poi divenuta anche “soggetto culturale di iniziative”, riconosciuto a livello cittadino e non solo, è stata per molti anni condivisa e gestita tutti/e insieme…. poi anch’essa ha subito i “contraccolpi” di questa divaricazione che hanno portato tra l’altro, nell’ottica comunque del massimo rispetto di tutte le istanze e sensibilità, anche a dover rivedere la gestione degli spazi comuni.

Resta la sofferenza di chi continua a stare in entrambe e a non capire perché le differenze di pensiero in campo teologico o biblico, tra persone che stanno nella stessa comunità, non possano esprimersi anche sulle pagine della rivista che è stata fondata anche su iniziativa di chi oggi non vi si riconosce più.

Concludendo

Abbiamo scelto – e speriamo di averlo fatto con sufficiente chiarezza – di raccontare questi nostri “nodi” non solo per informare l’amico Marcello Vigli che ci segue con affetto, ma perché siamo convinti/e che il conflitto che stiamo vivendo nella nostra CdB sia importante per ciascuno e ciascuna di noi e anche per il movimento dei gruppi e delle comunità cristiane di base italiane… se ne parliamo e ci aiutiamo a vicenda. Perché una piccola comunità, non solo la nostra – pensiamo a quelle (fisicamente a noi più vicine) di Piossasco e di Torino – può davvero essere, per le persone che la vivono, luogo di formazione e icona di quell’altro mondo possibile di cui parliamo ogni tanto.

Seme di un mondo in cui le persone si riconoscono a vicenda e si danno valore per quello che sono, imparando la cura reciproca e il pensiero autonomo, libero, laico. In cui ciascuno e ciascuna impara a prendersi cura di chi è in difficoltà, grazie allo stare in cerchio con chi ha maggiori competenze e le condivide. Perché le relazioni di cura e la cura delle relazioni sono competenze che si imparano: non sono doti esclusive di qualcuno. Questo è uno dei grandi compiti di chi si assume responsabilità di animazione, coordinamento, formazione.

Con questo spirito affidiamo alle pagine di Viottoli questi nostri pensieri, augurandoci che anche altri e altre accolgano l’invito allo scambio, sentendosi partecipi di questa appassionante avventura di essere e fare comunità.

La redazione
(da Viottoli n.1/2012)

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Il senso dei nostri “viottoli”

Nello scorso mese di novembre la nostra comunità cristiana di base ha vissuto un intenso e fecondo momento di riflessione su di sé, sul senso del suo
esistere e sui diversi desideri che la animano. Anche Viottoli, questa piccola rivista che avete tra le mani, si è trovata al centro, per brevi attimi, di un confronto importante: quale teologia veicola? O, meglio, quale teologia “dovrebbe” veicolare?

Chi ha intrecciato, nel tempo, il proprio cammino di fede con la scoperta che il mondo è abitato da donne e uomini, irriducibilmente differenti e, perciò, radicalmente uguali, ha percorso strade che sono andate allontanandosi da quelle delle dottrine e delle tradizioni, soprattutto quelle con la T maiuscola.

Abbiamo faticosamente imparato la bellezza della libertà personale, irrobustita e sostenuta dal confronto reciproco, dalla capacità di ascolto e dall’abitudine a prendere la parola per offrire il dono del proprio pensiero. Ascoltare chi ha studiato di più ed ha maggiori strumenti non comporta dipendenza, ma può rivelarsi come un grande dono, di cui essere riconoscenti. E si conti-nua a pensare con la propria testa e a confrontarsi partendo ciascuno e ciascuna da sé, dalla propria esperienza di vita e dalle proprie elaborazioni di pensiero.

Nasce, quindi, un riconoscimento di autorevolezza verso chi percepiamo, a poco a poco, compagno/a prezioso/a di strada, perchè ne riconosciamo la saggezza, la capacità di vivere con cura le relazioni, l’impegno coerente nel coniugare la vita quotidiana con la riflessione e lo studio…

Questa autorevolezza non dipende, però, da un’ordinazione “sacra” o dall’abito che gli è stato messo addosso un giorno; dipende, invece, dalla qualità della relazione che posso vivere con lui/lei. E’ il mio cammino di libertà che mi indica le persone di cui riconoscere l’autorità per me. Niente altro.

Anche nella nostra comunità di base, così come è avvenuto nel movimento delle cdb, nel tempo, molti/e hanno preso atto che “il padre è morto”, che la “legge del padre” non ha più così presa: non la Tradizione, non il prete/pastore in quanto tale, non la teologia “alta” né le prassi sacramentali consolidate. Per altri/e il cammino è stato diverso, ma anche questo, come ogni differenza, è ricchezza e va profondamente rispettato.

Nel costruire la nostra vita di fede e di relazione, abbiamo imparato a mettere in discussione, a decostruire molte cose. Il sacro delle nostre tradizioni catechistiche e religiose era sinonimo di “separato” e il prete ne era il segno più visibile. Oggi, invece, “sacro” per noi è divenuto ciò che davvero ci è prezioso, ci interessa, appartiene alla vita di ognuno/a.

Ecco che la comunità di base non è più solo un “mezzo”, uno strumento utile per imparare qualcosa da spendere nella vita che scorre altrove…, ma anche le comunità cristiane di base sono luogo di vita, di relazione, spazio “sacro”, senza genuflessioni né sacramenti.

Ci confermiamo a vicenda, dunque, il senso e il valore del nostro desiderio di continuare a camminare su questi “viottoli”: la teologia che veicoliamo sono le riflessioni che nascono nella e dalla nostra vita, dai nostri confronti con le parole che nella Bibbia e non solo ci raccontano i cammini di fede e di vita di uomini e donne che hanno calcato prima di noi gli stessi sentieri, a volte sassosi, a volte erbosi.

E se chi “ne sa di più” vorrà farci compagnia, offrendoci le sue elaborazioni, riceverà sempre la nostra riconoscenza e il riconoscimento della sua autorevolezza. Non è un ruolo che gli/le chiediamo di “incarnare”, ma un dono che gli/le chiediamo di condividere, che ricambiamo con i nostri, magari più piccoli, ma profondamente sinceri (15 dicembre 2009).

La Redazione
(da Viottoli n.2/2009)

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