Dal Foglio di Comunità (2009-2014): pensieri, opinioni, riflessioni sulla vita comunitaria

Novembre 2009

Care sorelle, cari fratelli,

la nostra comunità sta vivendo un passaggio importante di crescita nel suo pluriennale cammino. Noi vediamo questa crescita nel desiderio di maggiore corresponsabilità, di gestione collettiva delle decisioni e delle iniziative, di rotazione nei diversi compiti che animano la vita della comunità: dalla ricerca allo studio biblico, dall’eucarestia alla redazione di Viottoli, ecc.

Questo cammino è il risultato del concorso di tutte le risorse che abbiamo messo in campo dal lontano 1973 e di quelle che ci sono state generosamente offerte da tutte le donne e da tutti gli uomini che in questi anni hanno intrecciato il loro cammino con il nostro.

Noi desideriamo continuare su questa strada, cercando di fare “più comunità” ancora: nell’accoglienza, nel lavoro in gruppo, nella corresponsabilità, nella distribuzione dei compiti… senza forzature, rispettando tutte le nostre differenze.

Compreso anche, a questo punto, il desiderio di Franco di dedicarsi maggiormente ad accompagnare il cammino di altre comunità che stanno nascendo. E’ ovvio che queste scelte aprono scenari nuovi per noi, almeno in parte.

Riteniamo che la prima cosa importante da fare sia parlarne insieme: riflettere con serenità, evitando di vedere polemica e competizione là dove ci sono solo proposte e desiderio di continuare, tutti e tutte insieme, a camminare sulla strada che ci ha indicato Gesù, quella dell’amore, dell’accoglienza reciproca, della comunità: “Dove due o tre sono riuniti/e nel mio nome, io sono in mezzo a loro”.

Per parlare di questo invitiamo i gruppi biblici e l’intera comunità a un’assemblea di Comunità, lunedì 23 novembre alle ore 21 in sede

Il Servizio di Direzione e Franco Barbero

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MI STA A CUORE. I PRETI, I LAICI E LA COMUNITÀ

Su Viottoli 2/2006 (la rivista semestrale della CdB di Pinerolo), Franco Barbero sviluppa una articolata riflessione sulla vita e sulle prospettive future delle CdB e, in generale, della “Chiesa di Base” in tutte le sue forme. È un tema che appassiona lui e appassiona me; abbiamo percorso insieme un lungo cammino e ci ritroviamo a confrontare, a volte, punti di vista differenti, in particolare sul tema cruciale della relazione tra preti e comunità.

Nell’intervento citato Franco afferma: “Temo che, qualora vengano a mancare i preti che oggi esercitano un ministero di animazione nelle varie comunità e nei gruppi, il cammino comunitario avrebbe vita breve”. L’esperienza accumulata in questi anni sembra suffragare abbondantemente la sua tesi. Molte comunità si sono spente quando il prete se ne è andato, è stato trasferito o è morto. In altre questo non succede.

Dove sta la differenza? Io la individuo nella qualità delle relazioni con il prete. Se la comunità è un gregge e le relazioni con il prete/pastore sono di tipo individuale, è facile prevederne la fine con la morte o il trasferimento del prete. Perché sarà stato anche un bravissimo animatore biblico, un autorevole teologo, una guida illuminata di preghiere e di eucaristie, ma le relazioni individuali con uomini e donne, che partecipano alla comunità per incontrare ed ascoltare lui, non creano comunità; assomigliano tanto a una piccola parrocchia. Il “bisogno di avere un prete” è personale e il prete va dove c’è bisogno di lui.

Quando non ci sarà più, moltissime persone lo ricorderanno con affetto e riconoscenza e continueranno, forse, a camminare sui sentieri della giustizia e della solidarietà, grazie ai suoi insegnamenti. Ma individualmente: difficilmente saranno una comunità, senza un altro prete. Certo, l’invito a costruire il Regno è rivolto a ogni uomo e a ogni donna, alla loro personale responsabilità… ma è una costruzione collettiva. Questo invito può venire anche da una comunità di uomini e donne che scelgano di camminare insieme, di fare ricerca insieme, di pregare insieme.

La comunità che mi sta a cuore e in cui vivo non è un “collettivo senza ulteriori specificazioni”, ma un luogo di vita democratica e di autoformazione nella cura reciproca. In una comunità del genere può succedere che il prete finisca per sentirsi “non necessario” e scelga di andare “dove hanno bisogno” di lui. La comunità può continuare a vivere, se uomini e donne che ne fanno parte scelgono di camminare insieme. Forse davvero i preti non sono indispensabili.

Già il libro Massa e Meriba, nel 1980, registrava la testimonianza di chi, nella prima stagione delle CdB, sosteneva che “non abbiamo bisogno di preti, ma di teologi e di esperti” in animazione di gruppi, in formazione, in ricerca biblica e teologica, ecc. Io spero che se ne possa di nuovo parlare, tutti e tutte insieme, nel movimento delle CdB. Perché a me sta a cuore la comunità.

Beppe Pavan
(da Adista Segni Nuovi n. 58/2010)

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Marzo 2010 – ASSOCIAZIONE VIOTTOLI: ALCUNE PRECISAZIONI

A seguito delle riunioni comunitarie del 23 e 30 novembre 2009 e prendendo atto che alcuni e alcune non sono forse al corrente di come sia regolata la gestione economico-finanziaria dell’associazione Viottoli e della CdB, il Consiglio Direttivo dell’associazione ritiene utile ricordare che:

1- L’associazione Viottoli nasce nel 1998 all’interno della Comunità di base su proposta dell’allora redazione di Viottoli e del Servizio di Direzione al fine di, innanzi tutto, consentire la prosecuzione della pubblicazione e della diffusione di Viottoli anche a fronte di un cambiamento della normativa che prevedeva che le riviste periodiche espressione di una collettività non fossero più intestate a una singola persona (proprietario e direttore). La costituzione dell’associazione ha inoltre permesso di proseguire con la stampa, finanziamento, vendita e diffusione dei libri di Franco Barbero, della Comunità e dei Quaderni di Viottoli.

In seguito si è anche visto come l’aver dotato la comunità di una “personalità giuridica” (associazione) seppur in maniera indiretta, sia divenuto necessario per poter mantenere dei rapporti ufficiali con l’amministrazione della città di Pinerolo sia per avere una sala dove fare ogni domenica l’eucarestia (cen- tri sociali di via Michele Bravo, poi via Podgora, poi San Lazzaro) sia per poter continuare ad organizzare incontri pubblici in collaborazione con i vari assessorati e le altre realtà associative e Chiese della Città. Da ultimo, grazie anche all’associazione, stiamo organizzando (in collaborazione con le altre CdB piemontesi e la Segreteria nazionale) il prossimo incontro nazionale delle Comunità di base che sarà quest’autunno a Borgaro.

2- Dalla nascita dell’associazione Viottoli a oggi, le quote associative e gli altri contributi volontari che giungono all’associazione, tramite bollettini di ccp o consegnati direttamente all’economo-cassiere, vengono utilizzati per:

a- pagamento delle spese relative a stampa e spedizione della rivista semestrale Viottoli (tutto il lavoro redazionale, di composizione ed impaginazione viene invece svolto in modo completamente volontario e, quindi, gratuito);
b- coprire parzialmente delle spese relative a stampa e spedizione del “Foglio di Comunità”, di “Uomini in Cammino” e degli altri supplementi del Foglio stesso;
c- pagamento delle spese relative alla stampa dei libri di Franco Barbero, dei Quaderni di Viottoli e comunitari (fino al 2006 – ultimo pubblicato);
d- pagamento del canone annuale del dominio internet viottoli.it;
e- dal 2003 pagamento della bolletta telefonica (in sede non vi è connessione internet); dal 2005 anche di tutte le altre utenze e dell’affitto della sede di c.so Torino;
f- rimborso parziale e documentato delle spese di viaggio per la partecipazione di un/a rappresentante agli incontri annuali di coordinamento nazionale delle CdB e dei Gruppi Donne CdB

Per le loro attività e il loro impegno all’interno dell’associazione e della redazione di Viottoli i compo- nenti il direttivo o la redazione non percepiscono nessun compenso o rimborso spese, ritenendo tali attivi- tà facenti parte del normale impegno personale che ognuno/a sceglie di dare.

Il Direttivo di Viottoli

 

A PROPOSITO DI AUTOFINANZIAMENTO…

Rispetto all’autofinanziamento comunitario e al contributo economico, seppur spesso esiguo, dato (con regolarità ogni mese) negli anni a Franco Barbero, anche quale riconoscimento per il suo ruolo e impe- gno, a tempo pieno, per la comunità, nello studio biblico, nell’elaborazione teologica, nei colloqui perso- nali… si ricorda quanto segue:

1. Fin dalle origini la comunità di base di Pinerolo ha scelto di autofinanziarsi in tutte le sue attività, basando così le sue possibilità di intervento esclusivamente sul libero contributo dei e delle partecipanti. Questo ci è sembrato negli anni una scelta di libertà e di coerenza: una scelta impegnativa ma possibile.

2. Le quote volontarie raccolte mensilmente nei gruppi biblici e negli altri incontri comunitari, dal 1973 fino al 2004 sono state date interamente a Franco Barbero che le ha utilizzate per il pagamento di affitto e bollette di luce, gas, acqua, telefono (fino al 2002), rifiuti della sede (essendo il tutto a lui personalmente intestato) e il restante per il suo (parziale) sostentamento personale, quale contributo a spese di viaggio per incontri e convegni. Abbonamenti a riviste teologiche e bibliche e libri di studio sono stati quasi sempre da lui acquistati con contributi personali e di amici, conoscenti, famigliari.

3. A partire dal 2005 il contratto di affitto e le bollette di luce, gas, acqua, rifiuti della sede e l’adegua- mento Istat dell’affitto, le bollette di luce, gas, acqua, rifiuti dell’“alloggio ospitalità” (affittato dal 2004), le spese di luce e pulizia scale sono state intestate e gestite dall’associazione Viottoli. Per non gravare sul bilancio spesso esiguo della stessa e non ritenendo corretto che le spese di gestione venissero accollate anche a chi è lontano e non può usufruire della sede, è stato deciso di continuare a utilizzare parte dell’autofinanziamento raccolto in CdB per pagare tutte queste spese, dando il restante a Franco Barbero per il suo utilizzo personale. L’affitto dell’ ”alloggio ospitalità” è coperto, fin da subito, dalla generosità di Franco Picotto e Franca Raviolo, che ringraziamo.

4. Con l’autofinanziamento sono stati anche pagati al Fondo clero dell’INPS i contributi pensionistici volontari di Franco Barbero fino all’anno 2005, da quando ha cominciato a percepire la pensione. Con le raccolte straordinarie all’interno della comunità, denominate “tredicesima” e “contributo ferie estive”, so- no stati completati i pagamenti delle rate semestrali dell’assicurazione pensionistica integrativa, iniziata autonomamente da Franco. E’ stato anche pagato l’affitto e le spese dell’alloggio di via Porro per la durata del suo utilizzo dal 1993 al 2004 (dal 1975 al 1992 ha abitato nella sede della cdb).

5. A partire dall’aprile 2009, a seguito di una consistente diminuzione dei contributi di autofinanziamento ed essendo aumentate le spese, ci si è visti obbligati, comunque di comune accordo, ad utilizzare l’intera somma raccolta per il pagamento delle spese sopra menzionate (v. rendiconti economici annuali pubblicati su questo Foglio).

6. Sappiamo che ci sono comunità e singole persone che danno direttamente a Franco Barbero i loro contributi finanziari. Ne siamo lieti/e, ma le somme dell’autofinanziamento sono solo quelle di cui vi ab- biamo raccontato la storia. Abbiamo anche sollecitato, nel corso degli anni comunità e gruppi, che invita- vano Franco per incontri, a rimborsargli non solo le spese di viaggio; anche questa crediamo che sia oculata gestione delle risorse.
Poiché riteniamo che l’utilizzo dell’autofinanziamento sia un aspetto importante della vita della comunità, proponiamo di parlarne insieme in una prossima assemblea.

Il Servizio di Direzione

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Gennaio 2011 – DOPO L’INCONTRO CON IL PASTORE MARCO GISOLA

Intanto un grazie davvero cordiale (con il cuore) a Marco per aver accettato il nostro invito a confrontarsi con noi sulla Lettera di Paolo ai Romani. E altrettanta riconoscenza provo e voglio esprimere a donne e uomini del mio gruppo biblico con cui, da molti anni, condivido la passione per la ricerca e lo studio, senza tanti volumi (giusto quelli che ci servono – con un’attenzione speciale agli scritti di donne), ma autorizzandoci a pensare in libertà e scambiandoci, con altrettanta libertà e attenzione, pensieri in parole. Così tutto quello che leggiamo e ascoltiamo passa al vaglio critico del nostro scambio. Ci sentiamo molto laici, molto laiche… molto libere, molto liberi…

L’incontro con il pastore valdese Gisola è stato intenso e ricco di spunti. Gli avevamo posto questa domanda: “Perchè la Lettera ai Romani è così importante per il mondo protestante?”. E lui ci ha risposto con la chiarezza delle riflessioni di Lutero: “E’ importante perchè vi è particolarmente evidenziata l’idea della giustificazione mediante la fede, che per noi è la sintesi, il compendio del Vangelo. La giustizia di Dio è la sua misericordia, assolutamente gratuita, che fonda l’uguaglianza di tutti gli esseri umani: tutti peccatori, tutti salvati gratuitamente da Dio mediante la morte e la resurrezione di Gesù”.

Ma perchè Lutero? Perchè non ci ha parlato del protestantesimo attuale? Per due ragioni (Marco è stato molto chiaro):

• La prima sta in quanto ho scritto sopra: Lutero ha capito e spiegato l’idea di Paolo sulla giustificazione mediante la fede in modo talmente chiaro e convincente che oggi il mondo protestante su questo “è fermo a Lutero”;

• La seconda è legata al contesto in cui è vissuto e ha predicato Lutero, molto simile a quello di Paolo. Ai tempi di Paolo era il fariseismo che pretendeva di garantire l’efficacia salvifica delle opere prescritte minuziosamente dalla legge mosaica. Ai tempi di Lutero era la legge del papa, che vendeva indulgenze salvifiche per ogni opera di culto (processioni, preghiere, messe, ecc…) che veniva accompagnata dall’offerta di denaro per la costruzione della basilica di S. Pietro a Roma. I gerarchi cattolici pretendevano di gestire la salvezza, mediante le indulgenze che accorciavano, fino ad annullarla, la permanenza delle anime in purgatorio.

Lutero giustamente insorge e trova in Paolo un alleato prezioso per rompere la pretesa salvifica del papato. Solo la fede ci salva, e la fede è un dono gratuito di Dio. Nostra responsabilità è aderirvi vivendo con coerenza, cioè compiendo opere di amore gratuito come Gesù ci ha insegnato obbedendo a Dio.

La discussione è stata vivace, animata da molti interventi, perchè nel gruppo Paolo ci aveva suscitato non poche perplessità e domande. Una su tutte: perchè Gesù deve essere l’unica via per la salvezza? Paolo lo afferma con chiarezza e nelle nostre comunità risuona ancora questa convinzione: “E’ Dio che dà senso alla nostra vita e Gesù è la via che porta a Dio”.

Ma alla vita di chi non ci crede, o crede diversamente, chi dà senso? Io penso che ogni uomo e ogni donna il senso della propria vita lo trovino in sé, nella “voce di Dio” che sentono dentro e che lo/la invita a vivere con amore, cura, condivisione, cooperazione… Se un “ateo” trova il senso della vita non in Dio, ma nell’amore e nella giustizia, non posso più affermare che è Dio che dà senso alla “nostra” vita; ma mi devo limitare a riconoscerlo e a dichiararlo “per me” che ci credo.

Questo “per me” ci siamo infine ritrovati/e a condividere, quando già eravamo in piedi e la discussione avveniva in piccoli capannelli: “per me” Gesù è la via che mi porta a Dio.

Quant’è liberante questa pratica del “partire da sé”! Allora in comunità possiamo davvero convivere, senza giudicare, con chi ha maturato idee personali su Dio, sulla fede, su Gesù; con chi dice “l’amore è il mio Dio” e non più “Dio è amore”; con chi crede che il nostro limite, la nostra creaturale non-onnipotenza, possa essere colmato solo dalla relazione, con gli altri e le altre e con Dio, per chi ci crede; e che questa possibilità è in me, altrimenti come potrei stare in relazione?; e che ci sono tanti figli e tante figlie di Dio, nella storia dell’umanità e in giro per il mondo, non solo il “nostro” Gesù; e che la nostra parzialità, quella che ci invita a parlare “per me”, è non solo individuale (pur nella convinzione che nessuno/a si salva da solo/a, ma in relazione – gruppi, comunità, umanità, condivisione, solidarietà, scambio…), ma anche di genere: Paolo, Lutero, Marco Gisola, Franco Barbero, io… siamo uomini, quindi quel “per me” deve valere anche per Paolo e per Lutero. La teologia della giustificazione per fede è parola di Paolo, di Lutero… è anche la nostra?

Mi sembra che un grande risultato dell’incontro di lunedì 13 dicembre sia anche questo: in comunità c’è davvero posto per ogni uomo e per ogni donna che pensa, prega e partecipa a partire da sé. E di questo sono grato a Paolo di Tarso, a Martin Lutero, a Marco Gisola e a tutti e tutte coloro che hanno studiato la Lettera ai Romani e partecipato a discuterla.
Anche Dio, il Dio dei patriarchi biblici, di Gesù e della dottrina cristiana nella quale siamo nati/e e cresciuti/e, è maschile…

Beppe Pavan

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Febbraio 2011 –  UNA PROPOSTA PER L’ASSEMBLEA DI COMUNITA’

Sul foglio del mese scorso abbiamo pubblicato la lettera scritta da un gruppo di uomini, nel corso dell’incontro nazionale di Borgaro, alle CdB italiane e, in particolare, agli uomini delle CdB. La lettera ci invita a riflettere sul fatto che tutto ciò che ci accade nella vita è “sessuato”, cioè lo viviamo da uomini o da donne, nell’infinita gamma delle differenze individuali, comprese la conversione e le pratiche di sequela che la nostra fede ci porta a incarnare.

C’è anche scritto, e credo che ne siamo tutti e tutte convinte, che con il termine “conversione” intendiamo “cambiamento di vita”, a cui il Vangelo ci chiama in quanto uomini e in quanto donne.

1. Propongo allora che la comunità metta all’ordine del giorno di una prossima assemblea di programmazione uno scambio su quella lettera: cosa ne pensiamo, cosa condividiamo, su che cosa abbiamo pensieri diversi…

2. Penso che anche il Gruppo Uomini di Pinerolo, a cui partecipano 5 uomini della nostra CdB, potrebbe essere guardato con occhi più “evangelici”: è un luogo di autoformazione al cambiamento di vita, a partire ciascuno da sé e dal riconoscimento della propria parzialità, individuale e sessuale.

3. Questo cammino, fortemente intrecciato per noi con la vita di fede e la ricerca biblica, ci fa compagni di viaggio di tanti uomini che trovano senso per la propria vita non in Dio, ma nella giustizia e nell’amore per un altro mondo possibile. Proprio come ci dicevamo quella sera, ragionando con Marco Gisola sulla Lettera di Paolo alla comunità di Roma.

4. E succede, come stiamo leggendo nei primi capitoli del Libro degli Atti, che, non proprio ogni giorno, ma spesso, altri uomini si uniscano al nostro gruppo di uomini in cammino di cambiamento. E’ una piccola comunità che cresce, imparando a stare nelle relazioni con amore e rispetto, con ascolto e tenerezza, con solidarietà e condivisione. E camminiamo in compagnia di migliaia di altri uomini che sono i gruppi e le associazioni che vivono e operano in Italia, in Europa e nel resto del mondo: dall’Australia al Canada al Brasile, dal Nicaragua alla Spagna al Bangladesh…

Beppe Pavan

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Marzo 2011 –  PENSIERI DA UN’EUCARESTIA E DA UN COLLEGAMENTO NAZIONALE

Questa mattina, durante e dopo l’eucarestia della comunità, mi sono venuti alcuni pensieri che desidero condividere con chi avrà la pazienza di leggerli e mi farà il dono di uno scambio.

Riflettendo sull’episodio dell’incontro tra Pietro e Cornelio (Atti 10) abbiamo condiviso che l’unica chiesa di Dio è l’umanità, l’intero creato, ricco di una inenarrabile complessità e di infinite differenze. La “buona notizia” che Gesù continua a chiederci di annunciare è l’amore universale che lui ha praticato e predicato nei brevi giorni della sua vita: la convivialità di tutte queste differenze, non la loro eliminazione in una dottrina unica, cervellotica, astrusa, che vuol ridurci ad adoratori/e di Gesù invece che annunciatori/e del suo vangelo.

Pensando a questo ho provato profonda gratitudine per alcune cose che sono state dette a Tirrenia nel collegamento nazionale CdB:

1) Ogni incontro, piccolo o grande che sia, deve essere un vero laboratorio di ricerca collettiva, non luogo per ascoltare il racconto della ricerca fatta da qualcuno/a in precedenza: questo è il modo di crescere davvero. Ringrazio le donne delle cdb, di cui Gabriella si è fatta portavoce; anche perché ha rilanciato, con altre parole, esattamente la proposta che avevo messo per iscritto in occasione dei 30 anni della nostra cdb e che ha avuto una vita così infelice…

2) Anche nelle cdb di S.Paolo a Roma e del quartiere Coteto a Livorno si comincia a pensare che “l’amore è Dio”, più che “Dio è amore”. Spero che riusciremo davvero a farne il tema di un seminario/laboratorio nazionale… Perchè Dio, in mano alle religioni che ne fanno un idolo, è escludente, competitivo, geloso… mentre l’amore è universalmente includente, conviviale, generoso.

3) Infine, quello che succede nel gruppo uomini succede anche in cdb: il cambiamento di ciascuno/a, grazie alla vita di relazione e alle reti di relazioni in cui siamo immersi/e, diventa ponte e invito al cambiamento per altri e altre, cammino fatto insieme, compagnia e aiuto reciproco, impegno per il cambiamento politico e sociale delle nostre comunità umane… con le persone omosessuali, con le persone costrette alla prostituzione, con le persone condannate alla precarietà e alla disoccupazione, ecc.

Il cambiamento è possibile: questa è la buona notizia che noi uomini in cammino possiamo e cerchiamo di annunciare, sulla base della nostra esperienza personale. Nessuno può dire: “Io sono fatto così e non c’è niente da fare”. E’ solo una scusa, il grande alibi per giustificare la pigrizia che suggerisce di non metterci in cammino. Questo vale, secondo me, per chi è uomo e per chi è donna, per chi è prete e per chi non lo è, per chi se la sente e per chi non se la sente (di leggere, studiare, prendere la parola per dire ciò che pensa…). Possiamo essere ciò che siamo in modi diversi: non c’è un modo solo. E’ su queste diverse possibilità che ci giochiamo il nostro personale e collettivo “essere comunità”: ad esempio, tra chi sceglie di vivere una relazione individuale con un prete intellettualmente stimolante e chi vuol far comunità con la preghiera, la riflessione e la ricerca collettive. Impegnandoci con altri uomini e altre donne a far “crescere dal basso” un altro mondo, che è possibile ed è diverso da quello che ci è familiare.

Beppe Pavan

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Aprile 2011 – DIALOGANDO CON BEPPE

Caro Beppe,

abbiamo letto la tua riflessione comparsa sul foglio CdB di marzo (pp. 2-3) e abbiamo deciso di dialogare con te su alcuni punti per noi importanti, sperando di non aver semplificato troppo o frainteso le tue posizioni.

1) Nel primo punto (e alla fine del terzo) contrapponi la “ricerca collettiva” all’ascolto del “racconto della ricerca fatta da qualcuno/a”. Noi riteniamo che siano invece due momenti irrinunciabili che devono coesistere proprio per, come tu dici, “crescere davvero”.

La ricerca richiede competenze: per procedere è necessario affiancare all’impegno personale e collettivo, l’umiltà nel riconoscere i nostri limiti e il nostro bisogno di aiuto, evitando il rischio di improvvisare le interpretazioni. Ci pare che la consapevolezza dei propri limiti non sia in contrasto ma sia semmai in sintonia con il cammino verso una reale crescita dell’autonomia personale e di gruppo. Organizzare incontri di studio in cui venga valorizzata la competenza di chi ha dedicato tutta la sua vita ad approfondire queste tematiche ci sembra un valore aggiunto ad una ricerca comunitaria che deve essere in continua evoluzione, anzi un fattore fondamentale nello stimolarla ad allargare i suoi orizzonti.

Sicuramente per rendere più efficaci e costruttivi questi momenti riteniamo importante che ognuno/a dei presenti partecipi in modo attivo all’incontro e non come semplice uditore, fornendo per tempo bibliografie che permettano a chi lo desidera di prepararsi con letture mirate di vario livello, nel rispetto di attitudini personali, interessi e tempo a disposizione.

Contrapporre, come tu fai alla fine del terzo punto della tua riflessione, chi “sceglie di vivere una relazione individuale con un prete intellettualmente stimolante” e chi “vuol far comunità con la preghiera, la riflessione e la ricerca collettive” per noi non ha senso (e non descrive correttamente la realtà).

2) Riguardo poi al secondo punto della tua riflessione, dove affermi che anche altrove “si comincia a pensare che ‘l’amore è Dio’ più che ‘Dio è amore’”, vogliamo esprimere il nostro dissenso verso questa impostazione.

Noi continuiamo a credere nel Dio della Bibbia e non genericamente nell’amore, al centro del sistema di valori di molti rispettabilissimi atei. Un Dio che è innanzitutto Altro da noi e comunque sempre molto oltre le nostre definizioni.

Preferiamo mantenere le molte immagini di Dio che, senza “fotografarlo”, ne mostrino solo alcune caratteristiche umanamente sperimentabili: il Dio vicino, che si manifesta nella storia, il Dio dei tanti nomi con cui ci relazioniamo con Lui, delle tante metafore con cui cerchiamo di esprimerLo.

La presenza di Dio nella storia si è manifestata e continua a manifestarsi con molti volti e la sua ricchezza non è riducibile ad un’unica parola, sia pure così piena di significato e universalmente condivisa come il concetto di “amore”.

Francesco Giusti e Luca Prola

 

TEOLOGIA ALTA O TEOLOGIA ALTRA?

Desidero continuare a condividere la mia riflessione – che a sua volta continua, compagna nei giorni e nei viaggi. Nulla più che condivisione di pensieri. Grato a chi scambia con me i suoi, come fanno Luca e Francesco qui sopra.

Di ritorno da Palermo, dove ho assistito ad un dibattito su “Donne e religioni” a cui è intervenuta anche Carla, mi sono ritrovato a riflettere su un disagio che provo da tempo e che forse sono riuscito a mettere un po’ meglio a fuoco. Un’affermazione torna con insistenza: anche nella chiesa di base molti e molte protestano la loro fede nella paternità universale di Dio – e nella conseguente universale figliolanza divina di tutti gli uomini e di tutte le donne che vengono al mondo – mentre dichiarano il loro amore incrollabile per la chiesa cristiano-cattolica in cui sono stati/e cresciuti/e e voglio continuare a restare.

Dove nasce il mio disagio? Dalla consapevolezza della contraddizione tra quell’universalismo proclamato a parole e la realtà di una chiesa parziale (come sono tutte le chiese), portatrice di una visione parziale della fede umana nella divinità, ma predicata come unica e assoluta, e storicamente causa agente di divisioni feroci e guerre terribili. Non è solo questo, ovviamente: mai ciò che è umano è totalmente malvagio o totalmente buono. Ma quale universalismo può professare una chiesa che discrimina le altre fedi e le altre religioni, le donne e le persone omoaffettive, i preti sposati e via elencando?

Mi sta bene e mi piace studiare e conoscere la storia delle mie radici (la cultura ebraico-cristiana, come spesso diciamo), ma pretendere che questo percorso storico non possa avere alternative… questa è una questione ben diversa. Di questo voglio parlare.

Prendiamo la “guerra tra i sessi”, quella che da millenni causa sofferenze indicibili e morte tra le donne, per mano di uomini. Ebbene: io credo che se non abbandono consapevolmente il patriarcato, cioè la cultura della superiorità e del dominio maschili sulle donne, non mi darò un’altra credibile possibilità. Che invece esiste, ed è praticabile, ma solo a quella condizione. Questo vale per me, per ogni uomo, per l’intero genere maschile.

Allo stesso modo l’universalismo, professato a parole, ha e avrà una chance di affermazione solo a condizione di abbandonare – ciascuno e ciascuna a partire da sé – le culture religiose che frammentano l’umanità e ne mettono fra loro in competizione, anche cruenta, i diversi frammenti. Donne e uomini che cercano con sincerità strade di pace e di convivialità universali dovrebbero, a mio avviso, uscire dagli steccati dei singoli “pensieri unici” che sono le culture e le religioni che storicamente conosciamo.

Può una donna affermare – ed essere credibile – di sentirsi assolutamente libera di praticare ricerca teologica all’interno della maschilissima chiesa cattolica? Conduce ricerche e studi nei campi della teologia “alta”, non c’è dubbio… ma se osasse uscire dai recinti del pensiero unico patriarcale, avrebbe altrettanto accesso ai luoghi della ricerca accademica e dell’insegnamento religioso? In altre parole: che libertà c’è nello sposare il pensiero unico?

Ci vuole un pensiero “altro”, o, meglio, spazio e agio per altri infiniti pensieri, che si sviluppino e si confrontino in assoluta libertà. Questa è la strada della teologia che ritengo valida per me: un’altra teologia. Che di per sé è “alta”, perché apre all’umanità strade davvero nuove, tutte da esplorare, abitare, vivere… Su queste strade non ci sono maestri/e, ma solo compagni e compagne di cammino. Madri, queste sì! Le madri che ci hanno aperto e quotidianamente ci aiutano ad aprire gli occhi e ad abbandonare con coraggio e allegria il patriarcato: i suoi dogmi, i suoi –ismi, i suoi mono-… a cominciare, per me, dal monoteismo del cristianesimo.

Beppe Pavan

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Maggio 2011 – IL  DIALOGO  CONTINUA

Caro Beppe,

Quanto tu scrivi nell’articolo “Teologia alta o teologia altra?”, pubblicato sul foglio di aprile, mi stimola alcuni riflessioni.

Mi stupisce molto che dopo anni di CdB tu possa pensare che i fratelli e le sorelle “dichiarano il loro amore incrollabile per la chiesa cristiano-cattolica in cui sono stati/e cresciuti/e e voglio continuare a restare”. Credo che la scelta di entrare in Comunità Cristiana di Base nasca proprio dalla necessità di proporre una “Chiesa altra”, altro che amore incrollabile! E’ vero che all’interno del movimento delle Comunità di Base esistono molte anime: alcune più orientate verso il protestantesimo, alle quali sento di appartenere, ed altre che pur partecipando alle eucaristie ed alle attività delle comunità di base rivendicano l’appartenenza alla chiesa cattolica. Anche in queste ultime, credo non ci sia questo “amore incrollabile”, anch’esse infatti hanno un’idea di chiesa non gerarchica e libera, si pongono dunque in  alterità rispetto ad una gerarchia oramai sorda.

Trovo che, come abbiamo già avuto occasione di approfondire, l’abolizione del patriarcato non sia l’unica via per rendere il mondo migliore… credo che essa sia uno dei necessari cambiamenti: non l’unico, necessario e sufficiente, come dal tuo pensiero traspare; ce ne sono, a mio parere, molti altri: il dominio del capitale sulla Natura e sul genere umano e, certamente, anche quello dell’uomo sulla donna… ma non  può essere, ribadisco, il solo e l’unico!

Io non credo, come tu sostieni, che la religione sia sempre foriera di guerre; trovo necessario, anzi, che ciascuno trovi la sua appartenenza e che dentro di essa contesti, come hanno fatto molte persone illustri, un eventuale abuso di potere. Credo anche che ognuno sia invitato a scegliere una strada (e non tutte…) che per lui rappresenterà, giustamente, la Verità Assoluta; il vero dialogo infatti non si costruisce abolendo le Verità ma mettendole in gioco nei problemi concreti come possono essere le disuguaglianze nel mondo o le disparità tra esseri umani. Non è abolendo le religioni e “polverizzando” le Verità che si aboliscono gli schemi di potere, ma mettendo le Verità in dialogo.

Credo, infine, che i Maestri ci debbano essere; non in senso “sacro ed inviolabile”, certo, ma, a mio parere, un uomo non può esistere senza maestri! Non potrei mai pensarmi senza Marx e Franco Barbero, ad esempio! Non che questi non si debbano criticare, ci mancherebbe! Senza di essi, però, non avremmo mai potuto cominciare a riflettere… e per riflettere non basta un fratello, un amico… ci vuole proprio un Maestro! Non capisco la tua distinzione tra “Maestri”, che devono essere aboliti e “Madri” che invece devono essere non solo riconosciute ma anche “innalzate”: credo che ognuno sia libero di scegliersi i Maestri o le Madri che crede senza dover per forza ergere un criterio estrinseco all’esperienza dando preminenza ad un genere! Non è il genere che conta, potremmo dire che l’abito non fa il monaco o che le tette non fanno la saggezza; a farla è l’autorevolezza, la capacità di ascoltare e di guidare gli altri.

A presto,

Luca Prola

 

Caro Beppe,

La tua riflessione apparsa sul foglio di aprile, ci ha stimolato alcuni pensieri che vogliamo condividere con te e le lettrici e i lettori del foglio di comunità.

1) A noi sembra che le cdb nella loro storia si siano caratterizzate proprio per le prese di posizioni chiare sulle tematiche di cui tu parli (dogmatismo, maschilismo, omofobia, mancanza di democrazia nella chiesa) e per avere praticato un modo alternativo di fare comunità: per questo tutti i preti delle cdb sono stati liquidati dalle gerarchie. Non capiamo quindi contro chi stai polemizzando.

Forse è bene non confondere la fedeltà ad un’istituzione e ai suoi dogmi con il dialogo con le persone concrete che fanno riferimento a questa istituzione, e che non sempre aderiscono alle posizioni ufficiali della loro chiesa. Si può essere intransigenti nella difesa delle proprie convinzioni, senza per questo rinunciare a confrontarsi con chi vive un’esperienza diversa dalla nostra.

2) Tu scrivi: “Su queste strade non ci sono maestri/e, ma solo compagni e compagne di cammino. Madri, queste sì! […]”.

Per noi le maestre e i maestri ci sono eccome (e accanto alle madri metteremmo almeno qualche padre…) e sono importanti nel nostro cammino di crescita allo stesso modo in cui lo sono le compagne e i compagni di viaggio.

Un maestro, naturalmente, non va inteso come un essere divino o come un guru da seguire acriticamente. Nell’interpretazione di Krippendorff, i maestri (o le “figure esemplari”, come preferisce chiamarle) sono persone che, per la loro testimonianza intellettuale e umana, ci sono di stimolo per la critica dell’esistente. L’atteggiamento di chi rifiuta per principio qualsiasi maestro, rischia – per il politologo tedesco – di rivelarsi “povero e arrogante”: “chi non vuole accettare e ammettere nessuno al di sopra di sé e al di fuori di sé, fa di se stesso l’unità di misura, si trasforma in giudice di tutto e tutti. Viceversa, la modestia è una delle caratteristiche della vera grandezza: Beethoven, per esempio, riguardo alla sua fama postuma, aveva la muta ambizione di essere posto per lo meno dopo Haydin (e non accanto a lui!). Goethe venerava Raffaello, Shakespeare e Mozart […]”. Il punto è che “quello che apprezziamo nella grandezza altrui, possiamo e dobbiamo cercare di svilupparlo anche in noi stessi secondo le nostre possibilità”. Viceversa, “in quanto i grandi vengono fatti scendere al nostro livello, essi perdono il loro carattere di sfida e sollecitazione per noi: ‘Non ti osservano più, non devi più cambiare la tua vita’” (L’arte di non essere governati, Fazi, 2003, pp. 256-57).

3) A proposito della teologia “altra” e della necessità di “abbandonare […] le culture religiose che frammentano l’umanità”, andando oltre la tradizione cristiana e il monoteismo: certo, ciascuno fa le sue scelte e può decidere di prendere le distanze dalla tradizione in cui è cresciuto. Ma non è detto che, per superare le guerre di religione, sia necessario abbandonare ogni ancoramento alla storia da cui si proviene (ammesso che ciò sia davvero possibile). Sarebbe come dire che, in nome della fratellanza universale, tutti dovrebbero rinunciare a esprimersi nella lingua materna e dedicarsi allo studio dell’esperanto. L’esperienza ci dice, invece, che di lingua materna ce n’è una sola (a volte due); si possono apprendere altre lingue per comunicare con gli altri, ma è molto raro riuscire davvero a padroneggiarle come quella imparata da bambini. Qualcosa di simile, probabilmente, vale per le tradizioni culturali e religiose. Critichiamole, innoviamole, rovesciamole nelle parti che non ci piacciono, ma senza illuderci di approdare a un punto di vista assolutamente libero da condizionamenti storici.

La tradizione ebraico-cristiana è quella in cui siamo cresciuti. Ci offre uno sguardo parziale e “prospettico” sul mondo, al pari di altre grandi tradizioni. Le guerre di religione nascono quando questi punti di vista vengono assolutizzati e contrabbandati per verità senza tempo. Non è inevitabile che ciò avvenga. E’ possibile percorrere un cammino particolare nella consapevolezza del suo carattere storicamente “situato”, assumendolo come base di partenza per il dialogo con altre prospettive.

Francesco Giusti e Valentina Pazé

 

Caro Beppe,

le tue riflessioni pubblicate sul “Foglio” di aprile mi sollecitano al dialogo, sia pure limitandomi a pochi pensieri.

Io sono tra quelli che amano di amore critico e costruttivo la chiesa cristiano-cattolica, di cui mi sento parte. Sono convintissimo della “parzialità” del “cristianesimo” e di ogni percorso religioso, tutti esposti alla tentazione esclusivista o inclusivista.

In questa chiesa ho ricevuto la chiamata alla fede, il dono delle Scritture e numerosissime testimonianze di fratelli e di sorelle immersi nella “strada di Gesù e dei poveri”. Anche nelle ore di dissenso più radicale con le gerarchie, non ho mai dimenticato i motivi di gratitudine verso la chiesa di cui faccio parte.

Del resto il cristianesimo è per me un “pensiero molteplice”, che vedo concretizzarsi in prassi plurali, in scelte di vita spesso feconde. So bene che esistono contraddizioni, oppressioni, pregiudizi, culture patriarcali, compromessi col potere… Ma, superata ed archiviata da decenni la visione “romana” del cattolicesimo, mi trovo a vivere un cristianesimo-cattolicesimo ecumenico senza confini, senza frontiere, che davvero mi appassiona. Basterà ricordare Noi siamo chiesa, alcune comunità cristiane di base, gruppi di lettura biblica, Pax Christi, parrocchie conciliari, comunità di accoglienza, centri di spiritualità, i preti operai, gruppi di omosessuali e lesbiche cristiani e cattolici, preti, teologhe femministe…Mi trovo in rapporto quotidiano con molte donne e molti uomini che vivono o cercano un “cristianesimo altro” nelle loro varie realtà. Vedo disseminata qua e là, dispersa in mille torrentelli eppure convergente, questa “comunità di Gesù” che cerca di fare la sua parte per il bene del creato. Tutto questo anche nella chiesa cristiano-cattolica.

Non riconosco nessun amore “incrollabile” se non quello con cui Dio ama le Sue creature. Di incrollabile ed indefettibile non conosco altro se non la fedeltà di Dio.

Queste ragioni, che valgono per me, mi portano a pensare che, anziché uscire, vorrei diventare capace di “stare nella chiesa-popolo” in modo sempre più evangelico, povero, libero, “militante”, creativo ed ecumenico.

Maestri e maestre? Anche qui abbiamo pensieri diversi. Non mi vergogno di riconoscerlo: a 72 anni compiuti cerco ancora dei maestri/e di vita, di cultura, di teologia. Ne sento un gran bisogno per imparare, per aprire finestre, allargare sentieri, respirare aria fresca. I maestri sono stati e sono per me gli educatori della mia libertà. Dio me ne ha fatti incontrare in gran numero. Per questo lo ringrazio ogni giorno.

Alla prossima puntata…

Franco Barbero

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W IL DIALOGO !

Che dire? “Finalmente…”? Sì, sono contento che Luca, Francesco, Valentina e Franco siano stati sollecitati a dialogare con me da quello che ho scritto un mese fa… Ma quello che ho scritto un mese fa è pensiero che da trentasei anni si va costruendo e consolidando in me, grazie all’intreccio fecondo tra il cammino di fede in Cdb e quello di uomo illuminato dal pensiero femminista della differenza. L’ordine simbolico della madre mi aiuta a vivere con consapevolezza e convinzione nel mondo delle Cdb: né padri né maestri non è uno slogan ormai superato, per me; come è una strada che prosegue quella che mi ha condotto fuori dalla parrocchia, per non rientrarvi, cattolica o protestante che sia.

Ho scoperto che le mie/nostre radici affondano più in profondità che non nella tradizione ebraico-cristiana, culture religiose nate in ambito già patriarcale. L’universalità della chiesa di Gesù è ben altro, per me, del cattolicesimo e del cristianesimo: non era questo il suo sogno e non è il mio.

Infine, queste mie ricerche sono tutte collettive, costantemente confrontate nei gruppi e approfondite ascoltando, leggendo, riflettendo in silenzio sulle critiche che alcune volte ho ricevuto e sulle cose che spesso e volentieri fatico a capire. Credo che i nostri diversi stimoli sia ora che troviamo le forme per riversarli in comunità. Penso che molta parte, nelle incomprensioni e fratture che da anni ci fanno soffrire, l’abbia proprio la difficoltà di dialogo che in questi anni ha pesato in comunità.

Sono felice che finalmente questa porta si stia aprendo. Da parte mia, però, non intendo continuare questo dialogo interpersonale sul foglio di comunità: quanto dovrei scrivere per dar conto di una ricerca che dura da 36 anni? Propongo che esso continui, invece, in sede comunitaria, in uno scambio tra uomini e donne che vivono questo desiderio e quella sofferenza, con i nostri corpi, i nostri sguardi, le nostre emozioni, le nostre consapevolezze. Continuando ad accettare serenamente non solo di avere pensieri diversi, ma anche di poterceli comunicare in un clima di ascolto attento e rispettoso.

In attesa di conoscere le risposte vostre e di tutta la comunità alla mia proposta, trascrivo qui di seguito quanto avevo scritto nel 2004 in occasione dei festeggiamenti per i 30 anni della nostra cdb. Io continuo a pensare quelle cose lì; spero che il desiderio di dialogo, che avete manifestato, vi aiuti a rileggere quelle riflessioni senza pregiudizi nei miei confronti.

Beppe Pavan

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Quali ministeri per la chiesa di base?

Premessa

Ritengo quanto mai opportuno l’invito ad aggiungere riflessioni personali sul “Quaderno” che raccoglie testimonianze e suggestioni sui 30 anni di cammino fatti dalla nostra piccola comunità. Perché ho vissuto con un po’ di delusione il fatto che abbiamo dato spazio e tempo, con gioiosa convivialità, a interventi e riflessioni “dall’esterno” e non siamo stati/e capaci di riunirci, noi della comunità, per una serena, approfondita, libera riflessione, anche autocritica, sul senso e sulle modalità del nostro essere comunità, del nostro stare in relazione con altri e altre in una comunità “di base”. C’è stato, in realtà, un momento preparatorio alla tavola rotonda… ma era convocato per ascoltare e suggerire eventuali integrazioni alla bozza di intervento che Franco Barbero avrebbe fatto a nome della comunità e suo personale.

Un turbamento mi è cresciuto dentro nei giorni e finalmente, a poco a poco, mi sono preso del tempo per metterlo a fuoco… E provo a raccontarvelo, confidando che la mia franchezza venga accolta come sincero contributo a una discussione che… magari sotterranea… ma c’è. E riguarda proprio una disparità tra di noi, che mi appare come un nodo di criticità per la nostra comunità. Mi sembra lo stesso “nodo” evidenziato da Franco Barbero (partendo da un punto di vista parzialmente diverso) quando scrive sul Foglio di CdB:
– “In questi ultimi anni sono nate alcune nuove cdb. E’ stato sufficiente che un gruppetto di persone con un prete rompesse l’indugio… ed ecco la ‘nascita’!!” (luglio/agosto, a p. 6);
– “Nelle cdb una delle note più dolenti è l’assoluta mancanza di una riflessione sul ministero e sui ministeri in riferimento a una prassi. Sostanzialmente, pur constatando una reale prassi partecipativa in alcune comunità, tutto mi lascia prevedere che, qualora manchino i preti, che oggi esercitano un ministero di animazione delle varie comunità, il cammino comunitario avrà vita breve. Manca una riflessione profonda, realistica, sulla ‘cura pastorale’ di una comunità e sulla rilevanza del ministero come uno degli strumenti di riconoscibilità della comunità stessa” (settembre, a p. 12).

I due temi che desidero affrontare sono esattamente questi: il “prete” e il “ministero di animazione” nelle cdb. Ovviamente lo farò partendo da me, cioè rileggendo il mio vissuto in comunità e le riflessioni che da qualche tempo vado maturando, con la speranza di poterle finalmente mettere accanto a quelle di sorelle e fratelli che condividono con me il desiderio di contribuire sempre meglio alla costruzione del Regno, al cambiamento del mondo.

Le sollecitazioni di Franco sono, come sempre, puntuali e appartengono a quella montagna di cose di cui gli sono riconoscente da quando lo conosco (avevo 10 anni, oggi 57; è stato mio assistente in seminario…). Per molti versi siamo cresciuti insieme, abbiamo condiviso sogni e iniziative, confidenze e tentativi… pur con una incolmabile disparità in termini di profondità di conoscenze e di riflessioni, di umanità, di spiritualità e di fede giocate nella vita di relazione…

Questa lunga premessa mi serve a giustificare il fatto che, partendo da me, dal mio vissuto e dal mio desiderio, proporrò qualche riflessione sui ministeri nella chiesa di base, maturata cercando di ripensare in modo autocritico alla nostra comunità e al ruolo preziosissimo che Franco vi gioca da sempre, alla sua relazione con me/noi, ai problemi e alle difficoltà che in questa relazione ho incontrato e che mi accompagnano.

Fermenti

C’è in comunità, da qualche anno, un fermento notevole. Io lo faccio risalire all’irruzione del femminismo e alla ricerca appassionata del nostro gruppo donne, insieme al movimento delle donne di tutte le cdb. Questa ricerca ha fatto germogliare anche in alcuni uomini il desiderio di “andare a vedere” cosa ci sia sotto una teologia stereotipata e una ricerca biblica tutta giocata tra grandi esperti, attenti però a non sconfinare dal terreno patriarcale.

Con tenacia, dando vita a gruppi autogestiti di ricerca… siamo andati e andate oltre, senza timori reverenziali.

Con la pazienza e l’umiltà necessarie per aprirci a nuovi territori, spaziosi quanto il creato e la storia dell’umanità.

Il confronto c’è stato e continua: in passato è stato più duro; adesso, sempre più spesso, sappiamo usare con convinzione linguaggi e modalità apprese alla scuola della convivialità delle differenze. Stiamo rendendoci conto, mi sembra, che non è davvero più necessario il prete, per svolgere il ministero dell’animazione e del coordinamento. C’è bisogno di uomini e di donne che mettano in comune i propri doni e le proprie risorse; che abbiano il gusto dello studio e della lettura; che sappiano, soprattutto, stare nelle relazioni con amore e rispetto e sappiano “fare collettivo”. Non solo animare o guidare, ma aiutare ogni persona del gruppo a coinvolgersi in pieno, imparando l’autogestione collettiva di tutte le fasi della vita del gruppo e della comunità. In cui tutti e tutte siano e si vivano reciprocamente davvero alla pari, attuando la rotazione degli incarichi e dei ministeri in ogni campo in cui ciò sia possibile, per autoformarci alla responsabilità e alla cura, alla parola e al rispetto gioioso delle differenze.

Senza Franco Barbero la nostra cdb probabilmente non sarebbe nata e non si sarebbe certamente aperta così all’impegno verso le persone che vivono ai margini, dipendenti e succubi della violenza e della solitudine… Ma io credo anche che, senza alcune delle nostre donne, in comunità non conosceremmo il fermento attuale nella ricerca, nello studio, nella partecipazione appassionata ai gruppi biblici settimanali. C’è una quota della riconoscibilità e della visibilità della nostra comunità che non viaggia con la borsa, stracolma di libri, di Franco. Cammina anche con le gambe, esili ma resistenti, del gruppo donne, del gruppo uomini e delle diverse iniziative di contatti e di incontri a cui partecipano uomini e donne della cdb. A volte senza che in comunità lo si sappia. Forse anche perché delle iniziative di Franco siamo sempre informati/e, di quelle di altre e altri lo siamo meno… A volte penso che ci sia anche scarso interesse a conoscerle…

Persiste una centralità del prete che mi appare indubbia: questo mi sembra un “nodo” su cui confrontarci. Temo di apparire provocatorio, ma non mi è facile dire queste cose con brevità. Se la comunità accetterà di discuterne, ci faremo un gran bel servizio a vicenda.

Preti e non-preti

Rendendosi indispensabili e accettando di essere considerati tali, i preti pongono le basi per la fine delle comunità. Dobbiamo analizzare con attenzione e costantemente le modalità “pastorali” dei preti all’interno delle cdb e, insieme, le carenze e le pigrizie con cui noi, non preti, deleghiamo a loro compiti, mansioni, responsabilità.

Per dirla con altre parole: secondo me non è del Franco-prete che la cdb ha bisogno, ma del Franco-teologo, biblista, appassionato di relazioni, uomo di preghiera, ecc… che sia ancora di più “uno di noi”.

Io penso che “prete” non sia un ministero per la chiesa di base; neppure “presbitero”… Il primo è certamente un gradino, per quanto basso, della scala gerarchica della chiesa-istituzione, del vertice… a cui da tempo non riconosciamo più né senso né autorità. “Presbitero” è quasi un sinonimo di “prete” nella nostra tradizione popolare: abbiamo mai chiamato “presbitero” una persona non-prete? Una donna?… E’ la gerarchia-istituzione che ti nomina “prete” ed essa può, secondo me legittimamente, revocare quel titolo. Non sei più tale, dopo. Evviva! Anche se tu continui a sentirti… cosa? Sacerdote? Membro del “clero”? Appartenente alla casta sacerdotale? Sono tradizioni patriarcali-istituzionali-gerarchiche: potere, in una parola. Con tutto il più sincero e affettuoso rispetto per la sofferenza che questa censura autoritaria ti provoca.

Resterebbe il “pastore”: di anime e di corpi. Qui ci potrebbe essere spazio per tutti e tutte… ma siamo su un altro terreno, esterno ed estraneo alla catena gerarchica. Qui nessuno ti “nomina” dall’alto, ma è la comunità che ti sceglie… Domenica 5 settembre, durante l’eucarestia, abbiamo letto e discusso su Luca 14,25-33. Ricordo che in seminario quel brano (e altri consimili) veniva applicato in linea diretta al prete: chi è, se non il prete (il religioso, la suora…), che per seguire Gesù abbandona famiglia, affetti, proprietà?… Che mistificazione! Il brano di Luca non autorizza un simile rimpicciolimento del target: ad essere discepoli e discepole sono invitati/e davvero tutti gli uomini e tutte le donne, senza bisogno di passare dal seminario e diventare preti.

Le cdb dovrebbero essere il luogo della “convivialità alla pari di tutte le differenze”, non solo di orientamento sessuale. Ma anche di risorse intellettuali e di capacità organizzative, di passione per i libri e di capacità di stare nelle relazioni con cura e amore, ecc… Uomini e donne, quindi; non preti.

Ben vengano i preti che scelgono la chiesa di base: li accoglieremo sempre come un dono di Dio e saremo sempre riconoscenti se qualcuno di loro prenderà l’iniziativa per avviare nuove esperienze. Ma spero che, a poco a poco, le comunità imparino a camminare senza preti; sarà segno di un sicuro passo avanti nella vita di fede di uomini e di donne. E anche per il mondo… non sarebbe meglio se non ne nascessero più, di preti? Così, a poco a poco, andrebbe ad esaurimento la chiesa-istituzione, liberando l’umanità dal giogo di una delle colonne portanti del patriarcato.

Io spero che, quando non ci sarà più Franco, la nostra cdb (cioè tutte le donne e tutti gli uomini della comunità) avrà l’umiltà e il coraggio di saper scegliere le persone a cui chiedere il servizio di animazione, di coordinamento, di responsabilità; riconoscendo loro la necessaria autorevolezza e camminando in armonia e stretta collaborazione.

Proposte

1. Il prete si prende volentieri le deleghe (è “formato” appositamente) e “il popolo” gliele concede altrettanto volentieri (è la tradizione e l’educazione alla ritualità “magica”): è difficile la partecipazione davvero alla pari. Anche in comunità conosciamo queste pratiche e le riflessioni di Franco, da cui ho tratto le citazioni in premessa, me le descrivono come inevitabili. Ad esempio:
– la presidenza dell’eucarestia non a rotazione tra i gruppi e le persone della cdb: in questo modo non ci formiamo al ministero partecipato;
– l’elaborazione e la diffusione di interventi, prese di posizione, comunicati…: se qualcuno “esce dal coro” viene subito corretto con un intervento di precisazione: “non è la posizione della cdb, ma la sua personale”… Dovrebbe essere sempre così! Abituandoci davvero ad esprimere la nostra opinione e a scrivere, anche altri e altre…

2. Non basta, però, sollecitare ogni tanto: bisogna proprio ripensare le modalità del nostro stare in comunità. Pensiamo ai gruppi e alla ricerca: il prete studia e ricerca, poi, ogni tanto, illustra alla cdb ciò che ha letto e pensato. Se il prete, con i suoi strumenti e i suoi carismi, non si coinvolge nei gruppi di ricerca e di studio con altri e altre, i risultati rischiano di essere: ricerche a volte divergenti o convergenti a fatica; una parte della cdb che preferisce “pendere dalle labbra” del prete, invece di coinvolgersi a sua volta nei gruppi di studio… Se non c’è riconoscimento reciproco dei doni di ciascuno e ciascuna, a volte si determina uno “schieramento” come nella comunità di Corinto, per scelte pregiudiziali… E la comunità non cresce.

3. Infine, vorrei suggerire una riflessione sulle modalità di vivere il ministero dell’animazione. Mi sembra di poter distinguere, organizzativamente, almeno tre livelli tra le persone di cui la comunità deve prendersi cura: non in ordine gerarchico, ovviamente, ma per tener conto doverosamente di differenze reali ed essere più efficaci nella “cura pastorale”:
– All’esterno: penso alle iniziative gestite collettivamente, decidendo insieme come avviene ora, e a quelle “personali”, in cui ogni uomo e ogni donna della cdb sceglie di coinvolgersi, con la massima libertà. Qui ci stanno, per capirci, i contatti nazionali e internazionali di Franco; ma non solo…
– All’interno della cdb credo che sia necessario avere chiara l’esistenza di almeno due livelli di esigenze a cui rispondere:
• Quelle di chi si affaccia per la prima volta alla porta della cdb per chiedere aiuto, compagnia, sostegno… e che non ha né trenta né venti né cinque anni di cammino con noi alle spalle;
• Quelle di chi da trenta, venti o cinque anni vive l’esperienza della comunità e ha maturato esigenze di conoscenze e di approfondimento, di ricerca e di studio… a cui non è possibile rispondere proponendo il “modello-prete con tredici anni di formazione scolastica e teologica”, ma a cui la comunità deve saper dare una risposta in termini di auto-organizzazione di gruppi e di percorsi di studio e di ricerca, che vengano sostenuti e valorizzati più di quanto avviene oggi. Dandoci tempi e spazi per incontri che siano davvero di approfondimento; magari non tutti/e insieme con le persone “nuove”: per non correre il rischio di “tagliar fuori” chi non capisce ancora bene o non ha sufficiente esperienza, rischiamo di non affrontare alcuni problemi, di non prestare attenzione a fratelli e sorelle che vorrebbero confrontarsi, approfondire… o lo facciamo di corsa. A me è capitato di mettere per iscritto, in passato, alcune riflessioni e proposte e poi di aspettare inutilmente confronti che non sono mai stati messi in calendario…

Per chiudere

Mettere al centro il prete vuol dire considerarlo indispensabile; è logico che poi non riusciamo a vedere futuro per le cdb senza i preti. Come ci diciamo spesso, commentando i vangeli: la comunità cresce se impariamo a “lavarci i piedi” da soli/e, a camminare con le nostre gambe, a pensare con le nostre teste, praticando il riconoscimento reciproco, la rotazione negli impegni, la partecipazione ai gruppi, non solo per ascoltare, ma per pensare, riflettere, approfondire…
La convivialità delle differenze la vedo, a volte, come un grande tavolo attorno al quale siamo tutti/e seduti/e alla pari, senza che nessuno sia in posizione centrale. E non c’è solo la convivialità delle differenze tra i diversi orientamenti sessuali, ma anche quella più “banale” tra diversi punti di vista, diverse capacità di parlare, diverse esperienze di formazione e di vita, diverse radici religiose e culturali… Comunità è viverle alla pari.

Come continuare?

Il confronto scritto non ha grande storia né fortuna in comunità; si rischia la polemica, l’incomprensione, i tempi lunghi… E’ molto meglio riunirci fisicamente per parlare: guardandoci negli occhi con desiderio di ascolto. Ormai abbiamo imparato come discutere senza violenza, con rispetto e attenzione al punto di vista di ciascuno e di ciascuna: dobbiamo però esercitarci. Approfittando, ad esempio, dell’occasione che ci offre la “provocazione” di Franco su preti e ministeri.
Solo così la comunità cresce come collettivo e pone le basi per il proprio futuro, indipendentemente da chi si trova a svolgere il compito di animazione e di coordinamento: se è un collettivo, non crollerà per la morte o la defezione di un singolo o di una singola.

Beppe Pavan
Pinerolo, 11 settembre 2004

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Giugno 2011 – Il DIALOGO PROSEGUE…

Caro Beppe,

1) nessuno/a di noi si affaccia al dialogo o pratica il dialogo dal mese scorso. Esattamente come per te, il dialogo accompagna i giorni della nostra vita da molti anni. Da parte nostra non è una porta che finalmente si sta aprendo, ma un lungo cammino che prosegue. Però capita a tutti, noi compresi, di vedere negli altri porte chiuse anche quando ci sono finestre e portoni spalancati. Comunque siamo lieti che tu “finalmente” ne prenda atto. In ogni caso, dopo anni o decenni di dialogo, riconosciamo di essere ancora molto bisognosi di migliorare i nostri atteggiamenti interiori, le modalità e i contenuti del dialogo stesso.

2) Ovviamente, il dialogo e il confronto avvengono principalmente nelle assemblee della comunità, nei gruppi biblici, nei faccia a faccia, dentro i sentieri del quotidiano, dentro e fuori della comunità. Ma noi intendiamo proseguire questo scambio di stimoli, di pensieri, di preoccupazioni, di osservazioni critiche e di proposte anche sul foglio di comunità. Infatti, ci sembra che l’impegno della scrittura ci aiuti a prendere sul serio il pensiero degli interlocutori. Scrivere e parlarsi sono pratiche che possono arricchirsi reciprocamente. Il fatto che tu, come scrivi, “non intenda continuare questo dialogo interpersonale sul foglio di comunità”, ci rincresce. A noi piacerebbe, anzi, che il dialogo si allargasse, si approfondisse, per il bene della nostra comunità. Anche per documentare ai lettori e alle lettrici esterni/e del foglio mensile le feconde differenze che esistono tra noi, nel nostro cammino di fede personale e comunitario.

3) Ci ha fatto molto piacere che sia finalmente comparso sul foglio mensile, dopo quasi sette anni, il tuo scritto “Quali ministeri per la chiesa di base?”, che circolò in comunità (e fuori), ma solo in gruppi ristretti. Questo metodo, probabilmente, non facilitò il confronto. Proponiamo che il foglio di comunità sia sempre più aperto a simili contributi al dibattito, senza nascondere divergenze, tensioni, prospettive diverse.

4) Siamo ben consapevoli che le nostre radici affondano in un terreno che è il mistero ineffabile di Dio e del creato, ben anteriori e più profondi dell’ebraismo e del cristianesimo. Ma proprio i mille sentieri dell’ebraismo e del cristianesimo, con l’apporto delle scienze umane, ci hanno sospinti a guardare più in profondità, “oltre”, pluralisticamente, cercando il “Dio più grande”. Ci sembra scontato che il sogno di Dio, testimoniato e parzialmente incarnato da Gesù di Nazareth, sia ben altro dal cattolicesimo e dal cristianesimo, ma perché non cercare di dare corpo al sogno di Dio anche dentro il cristianesimo e il cattolicesimo? Anzi, spesso ci siamo accorti che frammenti di questo sogno sono già operanti e a noi tocca scoprirli e farli crescere. Per questo noi, come membri di questa comunità cristiana di base, ci sentiamo liberi di partecipare a momenti significativi della vita di parrocchie cattoliche o protestanti, di esperienze ecclesiali assai diverse dalla nostra. Da anni parecchi fratelli e sorelle della nostra comunità spesso preferiscono partecipare al culto della chiesa valdese o alla messa della parrocchia cattolica di San Lazzaro o di Villafranca piuttosto che alla celebrazione eucaristica della nostra comunità di base. Si tratta, a nostro avviso, di contatti e di collaborazioni che viviamo sognando e operando per una chiesa cristiana di base senza frontiere.

5) La lettura del testo che tu hai pubblicato sui ministeri, lungi dall’alimentare in noi dei pregiudizi, evidenzia molti punti di accordo e alcune profonde differenze, che probabilmente potranno ulteriormente crescere senza separare i nostri cammini. Avremo modo, su questo tuo scritto, e specialmente sui nodi teologici che tu hai presentato nel mese di aprile, di continuare un confronto aperto e più documentato.

Un saluto fraterno,

Franca Avaro, Franco Barbero, Oscar Carmignoli, Fiorentina Charrier, Ada Dovio, Francesco Giusti, Angelo Merletti, Luca Prola

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Luglio/Agosto 2012 – VERBALE DELL’ASSEMBLEA DI COMUNITA’ DI DOMENICA 3 GIUGNO

Il tema all’o.d.g. era “Cdb e Viottoli: relazioni, nodi, soluzioni”.

Un po’ di storia: la rivista Viottoli è nata nel 1992 per raccogliere gli elaborati della Cdb e dare voce a chi sulle grandi riviste non ce l’ha.

Il 4/4/98 abbiamo costituito l’Associazione, con lo stesso nome, perchè una rivista non può più essere proprietà di un privato (il direttore responsabile). L’Associazione si è anche assunta il compito di gestire la sede e le utenze della Cdb.

I nodi sono legati soprattutto al disimpegno, da qualche anno, nei confronti della rivista, da parte del presbitero della Cdb, e di questo soprattutto abbiamo discusso nell’assemblea. Perchè, mentre la rivista ha continuato ad uscire e l’associazione ha continuato a gestire sede e utenze anche della Cdb, non erano esplicitati i motivi di quel disimpegno.

E’ stato ricordato che la redazione di Viottoli ha sempre accolto tutto quanto giungeva in redazione e non ha mai operato censure. Anzi, tutte le persone della cdb sono sempre state invitate a far giungere preghiere, predicazioni, recensioni, ecc. e anche la redazione è sempre stata aperta a chiunque volesse farne parte. Su Viottoli potrebbero star bene tutte le voci e le riflessioni, anche diverse tra loro.

Nel corso dell’assemblea Franco Barbero ha parlato di differenze teologiche e di diverse visioni sul piano pastorale, in particolare intorno alla figura e al ruolo del presbitero in comunità.

Dall’altra parte è stato sottolineato che le diverse opinioni in campo teologico dovrebbero essere viste come ricchezza e materia di confronto, non causa di allontanamento. Soprattutto da parte di chi ha un ruolo importante per l’animazione e la formazione della comunità.

Sul piano pastorale il cammino fatto in quasi 40 anni ha portato una parte della Cdb a pensare alla pastorale in termini comunitari, collettivi, cercando di superare la delega al solo presbitero dei compiti di accoglienza, animazione, formazione, coordinamento, ecc. ecc…

Sul piano teologico è stato evidenziato come la teologia sia pensiero umano intorno al trascendente e, quindi, ci possano essere tante visioni teologiche quante sono le persone che pensano in autonomia. La Cdb è o, meglio, dovrebbe essere luogo di confronto e scambio, abbandonando “la” teologia intesa come “una”, l’unica ortodossa, incarnata da chi l’ha studiata di più sui libri delle diverse scuole. Se al centro c’è la ricerca della Parola di Dio e un cammino di fede condiviso, le diverse modalità non dovrebbero creare divisioni bensì diventare ricchezza e scambio. Anche l’Eucarestia mantiene la sua centralità, al di là del modo in cui viene celebrata.

Infine: le priorità. Che sono legittimamente diverse: Franco Barbero da anni ha scelto di dedicarsi soprattutto a comunità nascenti, a gruppi e singole persone che lo cercano, al sostegno di uomini e donne con problemi esistenziali, a gruppi e comunità anche parrocchiali, ecc. che hanno bisogno e cercano il prete.

E’ quella che lui chiama la “chiesa di base”, che comprende anche le Cdb, destinate però, a suo parere, all’estinzione. Il futuro sarebbe quindi legato alla presenza di preti e pastori aperti e disponibili, anche se lui vede con favore che la nostra Cdb continua il suo cammino pur senza che lui se ne occupi come un tempo, e questo gli permette di dedicarsi al suo ministero pastorale altrove.

Gli abbiamo fatto notare che non ci sarebbe alcun problema a convivere in comunità con questo suo impegno, se non fosse che il suo disimpegno da Viottoli e, in parte, dalla Cdb è avvenuto senza parlarne e ha contribuito non solo ad allontanare persone dalla vita comunitaria, ma anche a non incentivare persone nuove ad entrare in comunità.

Secondo noi la convivialità delle differenze dovrebbe diventare una pratica sempre più convinta e coerente in una comunità in cui tutti/e la nominiamo.

Concludendo, è stata un’assemblea positiva, a giudizio pressoché unanime, perchè finalmente abbiamo messo a fuoco contenuti e forme dei “nodi” che da alcuni anni ci impacciano il cammino. Sta a noi avere il coraggio di continuare a stare in questo conflitto con la voglia di gestirlo al meglio, in spirito di verità. E ne verremo fuori bene, in avanti.

Luciana e Beppe

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Gennaio 2014 – PER L’ASSEMBLEA COMUNITARIA DEL 20 GENNAIO

Nel corso degli ultimi anni nella nostra comunità sono emerse sensibilità diverse su alcuni aspetti importanti del nostro cammino di fede. Queste diverse sensibilità si sono evidenziate sia in alcuni scritti comparsi sul foglio di comunità, sia in alcuni momenti di confronto.

1) Proponiamo di avviare la discussione comunitaria partendo dalle 7 domande poste nella lettera della comunità di Piossasco, comparsa sul foglio dello scorso novembre, che riproponiamo qui di seguito:
a) che tipo di consapevolezza abbiamo oggi del nostro essere cristiani?
b) Abbiamo un “identità cristiana” da riscoprire, riaffermare, rivalutare? L’identità, sulla quale oggi vi è un gran riflettere, non solo quella cristiana ma in genere, è vero che rappresenta e fissa il nostro “limite”, ma ci consente di dirci e dire chi siamo. Rappresenta il rischio di fare di Dio il replicato della nostra esistenza, ma ci permette di cogliere con coraggio la necessità della conversione e del rinnovamento;
c) Gesù, per noi, è ancora vivo? E’ ancora un profeta che parla al mondo di oggi in profonda trasformazione? Non è ancora da scoprire?
d) Abbiamo ancora passione nello scommettere sulla nostra fede?
e) Come stiamo dentro la nostra storia di discepole/i di Gesù?
f) Come far tesoro della storia del cristianesimo, della mistica, delle varie teologie di liberazione… per continuare con un nuovo racconto della nostra fede nel Dio di Gesù?
g) Sentiamo il bisogno di indagare su dove va la chiesa cattolica, quali realtà ecclesiali vive esistono, anche al di fuori del nostro paese, con cui confrontarsi ed entrare in dialogo? Quali sono le novità autentiche di questo pontificato?

2) Ci pare che la domanda “comunità di base o comunità cristiana di base?”, posta da Carlo C. in uno degli ultimi incontri comunitari, sia in sintonia con questi interrogativi.

3) Ci sembra inoltre utile confrontarci sulle diverse sensibilità emerse nel corso dell’incontro di Agape sul tema “Cosa credo?” del 14-15 settembre 2013.

4) Sottoponiamo infine all’attenzione delle sorelle e dei fratelli della comunità un piccolo “dossier” che raccoglie alcuni articoli–lettere comparsi sui fogli di marzo, aprile, maggio e giugno 2011, su cui ci sembra utile riprendere la discussione.

Domenico Ghirardotti, Francesco Giusti, Franca Gonella

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Febbraio 2014 – DOPO L’ASSEMBLEA COMUNITARIA DEL 20 GENNAIO: RIFLESSIONI

Lunedì 20 gennaio si è svolta l’assemblea di comunità dedicata alla discussione sulle domande poste dalla Cdb di Piossasco, che saranno oggetto dell’incontro regionale del 23 febbraio. Riportiamo di seguito le riflessioni di alcuni/e che hanno partecipato e invitiamo chiunque lo desideri ad aggiungere il suo contributo che sarà pubblicato nel foglio cdb dei prossimi mesi.

Ho trovato molto interessanti tutte le domande poste dalla comunità cristiana di base di Piossasco. Mi ha particolarmente coinvolta la riflessione sull’importanza che ha Gesù come testimone di Dio. Infatti per me Gesù è sempre più significativo per il modo con cui mi parla di Dio e mi indica la strada del regno di Dio. La strada è impegnativa ma sento che questa è la mia strada, che mi permette di dialogare alla pari con mille altre esperienze e mi spinge alla solidarietà e all’impegno per la giustizia.

Sono poco coinvolta da altre ricerche, sia per i miei limiti, sia anche perchè interpreto la storia e la mia vita di relazione a partire da criteri diversi (ricco-povero; sano-malato; tutelato-senza diritti …). Penso che questi oltre al patriarcato siano la vera tragedia dei nostri giorni. A mio avviso, un certo continuo ritornare su alcune tematiche potrebbe forse non essere di aiuto alla riflessione per chi, come me, vede nella comunità soprattutto un luogo dell’approfondimento della fede. L’identità cristiana non è per me un limite, ma una sollecitazione a rinnovare l’impegno a cercare Dio e a seguire Gesù. Per questo mi piace molto dire che sono parte di una comunità cristiana. Dirmelo e dirlo è per me molto impegnativo.

Fiorentina

 

Ho accettato di buon grado di scrivere le riflessioni sull’assemblea del 20 gennaio in comunità. Cercherò per brevità di procedere per punti.

1) E’ emerso chiaramente che la figura di Gesù, il suo messaggio di amore, l’incontro con Dio, pur con diversi immaginari e modi di approcciarsi sono centrali per il nostro cammino. La lettera di Stefano Toppi ha evidenziato che queste caratteriste sono comuni a tutte le CdB italiane, pur con differenze all’interno e tra le diverse comunità, rappresentando una grande ricchezza.

2) Il desiderio di continuare ad incontrarci, di camminare insieme. Sul tema dell’incontro mi piace ricordare il messaggio di Antonietta Potente venerdì 24 a Pinerolo: la necessità di incontro fra tutti i credenti, intendendo per credenti non solo i cristiani e/o i cattolici ma con tutti/e coloro che credono essere possibile costruire “una nuova città”.

3) Sentirsi donne e uomini in ricerca. Accanto a questa parola semplice ma importantissima si è parlato di identità e appartenenza: termini che sarebbe bene approfondire per coglierne le differenze e le peculiarità.

4) In riferimento ad una domanda specifica, Beppe ha “raccontato” l’esperienza della catechesi che continua ormai da parecchi anni. Anche in questo caso è emersa un’esperienza positiva nel pieno rispetto delle scelte dei genitori dei ragazzi e delle ragazze.

5) Ci chiamiamo “comunità cristiana di base”. Su questo “chiamarci” si è tutti/e d’accordo.

A conclusione di questi punti credo che il contributo “Buon compleanno, comunità” comparso sullo scorso Foglio di Comunità, a mio avviso, può ben rappresentare e sintetizzare le tematiche sviluppate durante l’assemblea del 20 gennaio.

Memo

 

Ho altre riflessioni che mi sta a cuore condividere, ma lo farò più avanti, magari su Viottoli. Adesso, a qualche giorno di distanza dall’assemblea, desidero riprendere tre pensieri:

1. Cosa avrebbe potuto diventare la nostra Cdb se tutte le differenze avessero imparato a convivere! Se tra i gruppi e le iniziative non fosse nata competizione… se le diverse sensibilità fossero state vissute come ricchezza… Tutti e tutte abbiamo le nostre priorità, è ovvio; ma perchè costruirci su oasi separate? Se le vivessimo raccontandocele, stimandole e sostenendole a vicenda, quante altre persone potremmo coinvolgere, indirizzandole chi a un gruppo chi a un altro? Quanta gente frequenterebbe la nostra comuni- tà e vi troverebbe gioia e sostegno e stimoli nuovi!…

2. Lasciamoci liberi! Non so se ho capito esattamente cosa intendeva dire Franco con questo invito accorato… ho sentito interpretazioni diverse. Dentro di me è risuonato forte e reagisco così: è un appello assolutamente condivisibile; ed è una realtà: noi “siamo” liberi e libere. “Lasciarci” è reciprocità: ognu- no/a può dire a ogni altro/a “lasciami libero/a di fare ciò che preferisco!”. Ci vuole, però, rispetto recipro- co. Cioè: mentre rivendichiamo la libertà di dedicarci alle priorità che abbiamo scelto per il nostro impe- gno, rispettiamo le scelte libere di ciascun altro/a. Evitando di giudicare, come se le mie priorità fossero più evangeliche delle tue… La libertà esige rispetto.
Se ci comportiamo così, che senso ha dividerci in comunità diverse o in gruppi scarsamente comunicanti? Forse non siamo abbastanza liberi/e per stare nella stessa comunità con le nostre personali differenze? O non ci piacciono quelle altrui? Possono anche non piacerci, ma sono sue: “Sei forse invidioso perchè io sono buono?” chiede il padrone della vigna, nella parabola evangelica, all’operaio che lo rimprovera per aver dato la stessa paga a chi aveva faticato meno ore…

3. Cristiana o non cristiana… Davvero possiamo entrare in competizione tra noi su una simile questione? E’ da cristiani/e? Lasciamoci libere/i anche in questo! Per alcuni/e “cristiano/a” significa “seguace e discepolo/a di Gesù”. Altri/e vi sentono soprattutto l’appartenenza ad una cultura di stampo occidentale che da diciotto secoli strumentalizza la religiosità per sottomettere corpi e coscienze. Nella sua versione cattolica – ma non solo – è più sinonimo di “patriarcale” che di “evangelico”. L’alleanza storica tra trono e altare viene continuamente aggiornata: pensiamo al Concordato e, recentemente, all’insistenza dei partiti di destra sulle “radici cristiane dell’Europa”, in nome delle quali brandiscono le barriere del razzismo, della xenofobia, dell’omofobia, della misoginia, del dominio dei mercati finanziari e della guerra per affrontare i conflitti. Purtroppo anche gran parte della sinistra sta pericolosamente scivolando su quella chi- na.
Io ho imparato dal femminismo anche l’importanza del linguaggio, per costruire un simbolico che ci aiuti a sognare e a realizzare un mondo nuovo. “Cristiano/a” per me è ormai una parola ambigua; preferisco non definirmi tale e fare riferimento a Gesù, non al cristianesimo. “Gesuano/a” è un neologismo ostico… troveremo altre parole più adeguate. Ma, intanto, provo a sgretolare i muri del cristianesimo patriarcale, cercando di camminare con coerenza sulle orme di Gesù. Con chiunque.

Beppe

 

Prima di inoltrarmi nella mia breve riflessione voglio ringraziare la comunità cristiana di base di Piossasco per aver posto al centro dell’attenzione una serie di domande che ritengo fondamentali.

Inizio dalla prima delle cinque domande. Da qualche tempo nella nostra comunità cristiana (una volta era sottinteso, ma a questo punto è forse bene aggiungerlo) di base di Pinerolo ci confrontiamo sulle nostre “diverse sensibilità”. Mi pare che nelle nostre precedenti assemblee non avevamo ancora parlato in modo così diretto del nodo centrale che mi sembra riproposto da questa domanda: che tipo di consapevolezza abbiamo oggi del nostro essere cristiani?

A mio parere è proprio importante riaffermare la centralità della nostra identità cristiana. A questo proposito è forse necessario ricordarci che non esiste un solo cristianesimo, ma ne esistono tanti! A quale cristianesimo si riferiscono coloro che tra noi (dopo l’ultima assemblea mi sembra di poter dire una piccola minoranza) affermano di non sentirsi più cristiani?

Mi sembra che l’elaborazione teorica e la prassi delle comunità cristiane di base italiane, a cui la nostra comunità ha dato un sostanzioso contributo grazie soprattutto alla ricerca cinquantennale di Franco Barbero, abbia concorso alla costruzione di un cristianesimo più “adulto”.

Mi piace a questo punto dire due parole sul concetto, tanto frainteso, di identità, al centro della seconda domanda della comunità di Piossasco. Buttare a mare le identità “dogmatiche” è sano, rinunciare alle identità “naturali” è perverso e pericoloso: si rischia di “buttare il bambino con l’acqua sporca”. Mi sembra ovvio che tutti/e noi abbiamo un’identità. Se non ce l’avessimo, tra l’altro, non potremmo relazionarci con le altre persone. Siamo “differenti” proprio perché siamo “qualcosa”. Concordo pienamente con quel- lo che si dice nel documento di Piossasco: “l’identità … rappresenta e fissa il nostro limite, ma ci consente di dirci e dire chi siamo”.

Chiaramente non dobbiamo pensare che la nostra sia l’identità migliore, l’unica “giusta”. La nostra rimane sempre un’identità parziale (oltre i dogmatismi e le “perfezioni”) e dinamica (evolve nel tempo grazie al cielo! E speriamo che continui a evolvere anche in futuro), ma è pur sempre un’identità.

E’ meglio chiarire cosa intendiamo quando ci dichiariamo “gesuani”. Per quel che mi riguarda non certo semplicemente aderire alla “prassi” di Gesù. In lui la prassi era legata a doppio filo con il riferimento a Dio. Era Dio la sorgente della sua energia, come ci dicono continuamente i vangeli e gli altri scritti del Nuovo Testamento. Gesù senza Dio è sempre “interessante” ma decisamente poco “storico”. La metafora dello spirito santo mi ricorda uno degli immaginari di Dio che più mi coinvolge: è Lui che ci spinge, la forza motrice non viene da noi. Anzi ci sono momenti in cui siamo come foglie inerti sospinte dal suo vento. Il nostro controllo sulla direzione in cui ci muoviamo è a volte scadente. Se dimentichiamo questo rischiamo di cadere nell’egocentrismo infantile. La sorgente delle nostre energie è esterna a noi!

Gesù è per noi ancora vivo, ancora da scoprire (terza domanda della cdb di Piossasco) e la nostra storia di discepoli/e di Gesù (quarta domanda) deve a mio parere fare i conti con il fatto che Gesù nel suo agire ri- manda sempre, nella difficoltà e nel successo, alla sua fonte, ovvero a Dio.

Infine mi soffermo brevemente sulla quinta e ultima domanda: come far tesoro della storia del cristiane- simo, della mistica, delle varie teologie di liberazione… per continuare con un nuovo racconto della no- stra fede nel Dio di Gesù? Qui ho poco da dire … credo che prima di tutto bisogna sforzarsi di studiarla e conoscerla a fondo, senza elaborarne versioni troppo semplificate e ingenue.

Francesco

 

Pensieri sparsi, riferiti a una ricerca che è sempre in movimento…

1. A me interessa soprattutto chiedermi come stiamo dentro la nostra storia di discepole/i di Gesù, ed è ciò che ogni settimana, da decenni, cerco nei gruppi biblici, negli altri gruppi della comunità e nelle celebrazioni eucaristiche. Questa ricerca comunitaria, per me, non coincide con il bisogno di avere una identità cristiana. Non ne sento la necessità, mentre sento molto forte il desiderio di cercare, di andar oltre, di non autodefinirmi… Sono molto coinvolta nella ricerca individuale e comunitaria dello stare (o almeno di cercare di stare) alla sequela di Gesù. Mi sento in buona compagnia con tutti/e coloro che cercano di praticare la condivisione, l’amore e la giustizia. Questo per me è la “misura” e la ricerca di una relazione con tutto ciò che c’è di buono, cioè con Dio (il divino…). Il Dio di Gesù è il Dio/la Dea di cui mi parlano anche altre esperienze (ad es. le mistiche, le teologhe femministe, le donne dei gruppi donne delle cdb e non solo, le donne che cercano il divino nelle culture pre-patriarcali…), molto di più di quanto risuonino in me i messaggi e le definizioni del cristianesimo.

2. E’ anche grazie a questo percorso che ho scoperto la pratica della libertà, a cui non intendo più rinunciare. E che per me è libertà femminile. In questo periodo della mia vita, infatti, privilegio il cammino condiviso con le altre donne in ricerca, con il pensiero e le pratiche delle teologie femministe, con il femminismo e le “donne del pensiero della differenza sessuale”. Nel Seminario nazionale “Si fa presto a dire Dio”, nell’intervento dei gruppi donne cdb e non solo abbiamo detto, tra l’altro, che la libertà di movimento che abbiamo scelto di praticare ci permette di metterci in una posizione mobile e dislocata, caratterizzata da un andare e venire, dal continuo porsi dentro e fuori dalla tradizione, consentendoci di partecipare alla vita comunitaria, ma anche di criticarla pur standoci dentro. In questo senso crediamo nella forza che può esserci in una presenza “divina” dentro di noi e, se ne siamo consapevoli, il presente cambia, si trasforma e lo sguardo sulla realtà è già diverso.

3. La cdb per me è un laboratorio (stimolo, confronto, condivisione, celebrazioni) per aiutarmi a cercare di vivere la mia quotidianità, il mio tempo, la mia pratica politica, la solidarietà… in modo sempre più coerente sia rispetto al messaggio di Gesù, sia rispetto a questo cammino di libertà che ho scelto di vivere con le altre donne con cui condivido pensieri e pratiche.

Carla

 

Faccio parte della Comunità e la Comunità è parte di me. Questa realtà è dal 1976 (anno in cui sono entrato a farne parte, prima residente a Cavour poi dal 1982 a Pinerolo) che mi vede consapevolmente coinvolto e che mi ha aiutato in modo importante a mettere ordine nella vita di fede, nella condivisione, nella solidarietà…

Da qualche anno con nostalgia sento che mi mancano molti momenti comunitari nei quali si condivideva fede e convivialità, momenti di gioia e momenti di tristezza. Il provare a parlarne, come abbiamo cercato di fare ultimamente, mi sembra (lo dico con un po’ di amarezza) non stia portando nessun risultato apprezzabile al di là di “parole” più o meno convincenti. E’ come un condominio al quale negli anni non è stata fatta la manutenzione appropriata, col rischio di cedimenti importanti e dove i condomini, invece, discutono sul colore da usare per la sua tinteggiatura. Oppure è come se, avendo a disposizione un pullman nel quale ci sarebbe posto per tutti, si preferisca prenderne due, per andare nello stesso posto.

Si parla spesso di convivialità delle differenze oppure che le differenze dovrebbero diventare una ricchezza, ma per il momento mi sembrano poco più di slogan, di quelli che si usano per reclamizzare un prodotto. Mi ricordano molto il lavorio per la riforma elettorale: tutti la vogliono, ma ogni forza politica la vuole tale da poterne avere un vantaggio. Queste turbolenze rischiano, secondo me, di far perdere di vista l’esigenza di chi, cercando la strada di Gesù e del Vangelo, si meriterebbe, non dico più attenzione, ma un’attenzione diversa, più attenta a percepire il non detto oppure il non espresso apertamente, per timore, imbarazzo…

Si può anche pensarla diversamente, ma si dovrebbero evitare separatismi anche logistici, che non aiuta- no. Anche se rispetto pienamente ciò che Francesco nell’ultimo incontro comunitario ha affermato: “Voglio poter scegliere dove andare, cioè dove mi sento più a mio agio” (sintetizzando). Affermazione pienamente legittima, ci mancherebbe altro, ma, penso io, è utile? E’ conveniente? Ovviamente per il bene della comunità. Mi viene in mente il dibattito che abbiamo avuto sulla presidenza dell’Eucarestia.

Per me, come ho già avuto modo di esprimere, lo spezzare il pane, col significato che da anni viene rico- nosciuto a questo gesto, non ha la necessità di essere compiuto dal “prete”. Se, però, risulta un ostacolo anche per una sola persona che partecipa alla celebrazione, sono assolutamente disponibile a prenderne atto. Preferisco di gran lunga rinunciare a pratiche forse più rispondenti a delle mie esigenze piuttosto che assistere ad una progressiva quanto spiacevole concorrenza, perchè così arriverà ad essere, tra diverse modalità di operare.

Come uscire da questo stallo non saprei proprio. Posso solo dire che è mia intenzione impiegare tutte le mie energie per contribuire a tenere viva questa esperienza che per me è stata la più grande benedizione che potessi ricevere e che ha reso belli molti dei miei anni. Non riuscirei a vedermi in una pratica di fede diversa, anche perchè mi ha dato così tanto da non poterlo neanche descrivere. Nella Bibbia viene detto che la tristezza diventerà gioia. Nell’analizzare le vicissitudini che la nostra Comunità sta attraversando provo qualcosa che si avvicina molto alla tristezza. Non so se si potrà nel tempo trasformare in gioia, ma vorrei mettermi in gioco perchè ciò possa accadere.

Domenico

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Marzo 2014 – DOMANDE E RISPOSTE

Domenica scorsa, 23 febbraio, ho partecipato all’incontro delle CdB piemontesi, organizzato con la con- sueta cura dalla comunità di Piossasco. Erano presenti anche quattro fratelli e due sorelle delle CdB lom- barde di Nord Milano e di Busto Arsizio. Il tema era rappresentato dalle risposte alle domande che la CdB di Piossasco aveva elaborato e fatto circolare con il documento che abbiamo pubblicato sul foglio di no- vembre 2013 e riprese sul foglio di febbraio scorso, a cui vi rimando.

La mattinata è stata occupata dalle relazioni introduttive e dall’Eucarestia, mentre il pomeriggio è stato dedicato al confronto assembleare. Desidero far circolare alcune mie brevi considerazioni, consapevole che i temi affrontati avrebbero bisogno di molto più tempo per il confronto tra di noi. Spero che ce lo offriremo.

L’Eucarestia è stata introdotta da Cesare con questa riflessione: la “nostra” (delle CdB) è “una” porta che si apre sul giardino-Dio. Purtroppo stiamo vivendo un periodo storico in cui il giardino rischia di essere/diventare irrilevante: come possiamo mantenerlo al centro della nostra vita e della nostra ricerca di fede? Tutte le relazioni introduttive del mattino hanno cercato, partendo dai libri letti per l’occasione, di presentare la risposta: seguendo con coerenza l’esempio di Gesù: pregare e fare la giustizia.

Io sono convinto che il giardino, il regno di Dio, il regno dell’amore… sia unico. E condivido che le porte di accesso siano tante, nelle diverse culture, religioni e comunità in cui è articolata l’umanità. Sono perplesso sul fatto che quella delle CdB sia “una”. Mi guardo attorno e ascolto, leggo e partecipo agli incontri nazionali e regionali: ho la netta impressione che nel nostro movimento le porte siano tante e differenti.

E non potrebbe essere diversamente, dal momento che le CdB sono nate da uomini e donne che hanno scelto di abbandonare il carrozzone del pensiero unico e di imparare, con fatica e gioia, a pensare, prega- re, fare ricerca… in proprio, ciascuno e ciascuna partendo da sé e superando, a poco a poco, la tentazione della delega, che nei primi anni ci faceva vivere di rendita, “sfruttando” i carismi e lo studio di poche au- torevoli riconosciute persone, come il nostro Franco Barbero.

Grazie al femminismo, soprattutto, abbiamo preso consapevolezza della nostra reciproca parzialità e della pari dignità di tutte le diverse piste di ricerca. Anche alcuni tra noi uomini ne siamo ormai convinti. Ecco perché resto perplesso e critico di fronte alla proposta di darci “una identità” come CdB. Se non impariamo a convivere con gioia queste differenze, rischiamo, come sta accadendo, di mettere al centro la “nostra porta”, non il giardino.

Per questo ho condiviso la conclusione di Cecilia, in mattinata, quando auspicava “CdB pluraliste, che riuniscano tutti e tutte coloro che lottano per la giustizia”. Questo è il mio sogno, il mio desiderio profondo: non importano le forme con cui stiamo in relazione con il divino che è in noi; conta se siamo capaci di convivere in amicizia e reciprocità con chi ha pensieri e immaginari diversi dai miei, ma cerca di “fare” quella che il Vangelo ci ha insegnato a chiamare “la volontà di Dio”, anche se non diciamo più all’unisono “Signore Signore…”.

Vorrei rilanciare, quindi, l’ultimo intervento, quello di Francesco, che protestava contro la superficialità e invocava più approfondimento. Come non condividere? A condizione che sia un’invocazione universale, non a senso unico. Perché l’impressione che andasse in una sola direzione, critica nei confronti di chi ha aperto altre porte dentro il movimento delle CdB, io ce l’ho abbastanza netto.

Quando l’approfondimento viene fatto coincidere con l’ascolto di “chi ha studiato i singoli temi”, e si fanno sempre i soliti nomi, sento svalutata, non apprezzata, la fatica e la passione di chi quei temi li ha studiati su altri libri, arrivando a costruirsi opinioni solide ma diverse. Così succede che, nei nostri incon- tri regionali, a chi ha pensieri e percorsi di ricerca diversi restano pochi minuti per raccontarli in interventi che necessariamente devono essere brevi. Ma non mi sembra giusto accusarli di “superficialità”. Bisogna dare spazio e riconoscere pari dignità alle diverse ricerche. Perché sappiamo che tra di noi ci sono.

Allora credo – e propongo – che i nostri incontri diventino più circolari: per approfondire – richiesta che condivido – dobbiamo ascoltare e praticare maggior reciprocità. L’univocità ripropone un pensiero unico, su cui fondare un’identità che non esiste e non è possibile. A meno di cancellare la parole “di base” e re- stare “comunità cristiane”, come le parrocchie tradizionali da cui siamo usciti/e in cerca di libertà.

Il Dio di Gesù. In quarant’anni di comunità abbiamo scoperto la storicità umana di Gesù, la sua parzialità di uomo ebreo del suo tempo e la contingenza del suo immaginario di Dio, frutto culturale del suo conte- sto religioso di vita.

Domenica Franco Barbero ha affermato che la sequela di Gesù significa “pregare”, cioè “adorare Dio” come faceva lui e “fare la giustizia” come predicava e praticava lui. E questo subito dopo che Carla D., presentando il libro di Fox “In principio era la gioia”, ha parlato della “creazione sempre in corso”, grazie alla forza creativa della parola di Dio che agisce trasformazioni continue, nascita di nuove visioni…

Anche oggi siamo testimoni di questo: ciascuno e ciascuna vive nella propria vita una continua trasformazione, nella relazione con Dio, con se stesso/a e con gli altri e le altre. Questo succede a chiunque, dovunque e sempre nel mondo. E’ stato un passaggio di trasformazione anche quello, violento, dalle religioni “preistoriche” della Madre (“In principio sono i nostri corpi”, pensano e scrivono le “nostre” donne) al monoteismo patriarcale della tradizione ebraico-cristiana e non solo. Com’è trasformazione importante quella di uomini che scelgono di abbandonare la cultura e le prassi del patriarcato per una nuova civiltà delle relazioni.

Franco (in questo passaggio ho sentito l’eco delle parole di Giovanni Franzoni al seminario nazionale di novembre) ha detto, come ripete spesso: “Sì sì, ci sono altre tradizioni in giro per il mondo… ma io sono nato in questa!”. Dove “io” sta per “noi”: noi, che siamo nati/e nei territori della tradizione ebraico- cristiana, a questa dobbiamo restare fedeli e adorare il Dio di Gesù, che è “il vettore” di Dio. E la parziali- tà della nostra tradizione? Scompare di fronte a questa perentoria unicità.

A me sembra che facendo così, però, cessiamo di mettere Dio al centro: al centro installiamo Gesù o, meglio (peggio), la teologia costruita dai cristologi ortodossi. Mi sembra una deriva non coerente con lo spi- rito che anima le CdB. Mi sembra la gestazione di un nuovo “catechismo”, sulla base del quale ottenere certificati di “identità” per i “veri cristiani” e le “vere cristiane” delle CdB…

Lo dichiaro adesso, e chi mi conosce sa se sono sincero: non sono animato da spirito di polemica e di competizione. Desidero, con convinzione profonda, continuare a stare nella mia CdB e nel movimento insieme alle sorelle e ai fratelli delle altre CdB. Ma sono ormai troppo addolorato, a causa delle divisioni generate da pretese identitarie e in nome del Dio di Gesù, che scelgo di non tenere più nel silenzio del cuore le riflessioni che ritengo giusto e doveroso condividere. Cercando il confronto, sempre e dovunque.

Beppe Pavan

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